Quella mattina, Gabriel entrò nella camera di Yevo, trovandolo già vestito.
“Non c’era bisogno di prepararti così presto, la messa comincia tra un ora.”
“Non vengo alla messa, sto uscendo.”
“Dove vai?”
“Alla manifestazione, sotto il palazzo reale.”
“Ah.” Gabriel si grattò la testa, imbarazzato. “Devi per forza mischiarti con quella gente? Non mi sembra il caso…”
“Non vado lì a mischiarmi con quella gente. Vado lì a fare quello che mi dicevi tu l’altra notte.”
“E cioè?”
Yevo poggiò le mani sulle spalle del suo amico.
“Dare un esempio.”
Xed51 presenta:
26/01/09
Non sapremo mai quale fosse il piano di Yevo. Dopo lo sparo, mentre le persone che si trovavano lì attorno si stavano lentamente rendendo conto di cosa era successo, si dileguò nella folla e cominciò a correre verso la sua chiesa.
La
folla, com’era prevedibile, si scagliò contro la guardia più vicina. Mentre due
uomini portavano via dalla strada il corpo del loro compagno morto, altri 4
prendevano a calci il povero Jimmy, che non aveva ancora avuto il tempo di
capire che cosa era successo.
Non è molto chiaro come iniziò, ma entro pochi minuti tutti i manifestanti
cominciarono a concentrarsi sullo sfondamento del portone principale. Il portone
non era molto rinforzato, non sarebbe durato molto. Ben cosciente di questo,
Silver si sedette di fronte all’entrata del suo ufficio, tenendo stretta in mano
la sua spada.
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Yevo si chiuse la porta della chiesa alle spalle, mentre riprendeva fiato. Gabriel gli corse incontro immediatamente.
“Yevo!”
Il ragazzo si fermò a squadrare il sangue sul suo vestito per qualche secondo.
“Hai ammazzato qualcuno?”
Yevo si sedette su una delle panche, tenendosi la testa.
“No… è successo un casino durante la protesta, hanno sparato a un ragazzo proprio di fronte a me…”
Dopo qualche secondo, Yevo si rese conto che sul soffitto c’erano alcuni fori di proiettile.
“Che cos’è successo qui?”
Gabriel sospirò.
“Stavo per dirtelo. Sono entrati dei militari, cercavano te. Hanno ucciso il prete.”
“Ah, povero disgraziato. Hanno ucciso qualcun altro?”
“No. Sono tutti scappati. Sembra che fossero venuti apposta per lui. Appena si sono accorti che tu non c’eri gli hanno sparato e se ne sono andati.”
“Dove hai messo il corpo?”
“L’ho portato sul retro e l’ho coperto.”
“Hai avvertito la White Guard?”
“Ho provato, ma le linee erano intasate e non sono riuscito a parlare con nessuno.”
Entrambi rimasero in silenzio per qualche secondo.
“Che facciamo adesso?” Chiese Yevo.
“Credo che dovremmo nasconderci da qualche parte.”
“Conosci un posto adatto?”
Gabriel ci rifletté per un po’.
“Sì, ho in mente proprio il posto giusto.”
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Silver continuava a sbattere nervosamente l’elsa della sua spada contro l’apertura del fodero.
La porta non avrebbe retto a lungo. Sapeva che, da un momento all’altro, un esercito di gente incazzata sarebbe entrato da quella porta per massacrarlo di botte o ucciderlo. Per questo aveva preso la sua spada. Per combattere.
Dal piano inferiore si udì un tonfo. Silver capì che il portone era stato sfondato e si alzò in piedi, tenendosi pronto a sfoderare la spada. Non si sarebbe arreso.
I passi di molte persone cominciarono ad arrivare dalle scale. Non si sarebbe arreso. Non avrebbe mai potuto arrendersi.
Cosa avrebbe pensato suo padre?
La porta dell’ufficio si spalancò. Un folto numero di persone lo circondò in un attimo.
Silver li squadrò per qualche secondo, dopodiché gettò in terra la sua katana, si inginocchiò e portò le mani dietro la testa.
“Mi arrendo.”
“Portatelo nelle segrete!” Tuono una voce dal corridoio.
Ivan della Croce entrò nella stanza mentre due uomini prendevano Silver per le
braccia e passò una pistola a uno dei due.
“Se prova a fare il furbo, usate questa.”
Mentre veniva portato via, Silver lanciò uno sguardo a Ivan, che ricambiò con un sorriso inquietante.
“È tutto finito, vero?” Chiese ad Ivan uno dei ragazzi.
“Cosa intendi?” Rispose lui mentre si accomodava su una delle sedie dell’ufficio.
“Voglio dire, abbiamo finito con le dittature, adesso potremo avere un vero governo democratico, giusto?”
Ivan rise. “Certo, certo. Adesso vammi a fare un caffè.”
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Gabriel e Yevo, nel frattempo, erano scesi nelle fogne e si trovavano di fronte ad una grossa porta di metallo.
“Chi è James Bond?” Chiese una voce al di là della porta.
“Sean Connery!” Gridò Gabriel. Un omone pelato spalancò la porta.
“Chi siete?”
“Io sono Gabriel Clemence, questo qui è un mio amico.”
“Chi vi ha parlato di questo posto?”
“La moglie del fornaio.”
“Ah. Lei.”
“Eh già.”
“Ha risolto quel problema all’anca? Perché l’ultima volta che l’ho vista…”
“Potete discuterne dentro?” Li interruppe Yevo.
L’omone borbottò qualcosa e li fece entrare. I due si trovarono in una piccola lobby, mentre l’uomo gli spiegava dove portavano le varie porte.
“Lì a sinistra è dove facciamo gli esperimenti, lì di fronte c’è la macchinetta per le bibite e lì a destra ci sono gli alloggi. Una camera è già occupata, comunque.”
“Da chi?” Chiese Gabriel.
“Un mio amico e la sua ragazza.”
“Quanto paghiamo per stare qui?” Chiese Yevo.
“Ah, se siete amici di Annabella, per voi è tutto gratis.”
“Un po’ tutti sono amici di Annabella in questa città.”
“Lo so, infatti gli affari vanno di merda. È per questo che il distributore di bibite è ancora a pagamento.”
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Marco era sempre chiuso nella sala delle riunioni degli adoratori di Dormin. Portava la sua camicia slacciata e aveva un paio di bottiglie vuote a fianco, dando tutta l’impressione di aver dormito lì per giorni. Gettò uno sguardo all’orologio, dopodiché prese il telefono e chiamò un certo numero.
“Mi sono svegliato adesso, aggiornami sulla situazione.
Sì, sì, lo so che è tardi, ma non dormivo da tre giorni. Dimmi se è andato tutto secondo i piani.
Dentro il palazzo? Intendi fisicamente? E Vargas dov’è?
Imprigionato? Ottimo!
No, non so ancora se hanno ammazzato il ragazzino degli yevoniti. Tra un ora e mezza abbiamo un meeting, ti richiamo io per farti sapere come siamo messi. Per adesso devo nascondere l’acqua e darmi una rassettata, non voglio che si accorgano che sto dormendo qui.”
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Ivan della Croce chiuse la telefonata, dopodiché tornò a scrutare la città sotto di lui, seduto di fronte alla grande vetrata.
Dalle sue spalle arrivò di nuovo il ragazzo, con un bicchiere di carta in mano.
“Della Croce, le ho portato il caffè.”
“Perché ci hai messo così tanto? Sei andato a coltivarlo personalmente?”
“Mi scusi, signor della Croce, non trovavo la caffettiera.”
Ivan bevve il caffè, facendo una smorfia di disgusto subito dopo.
“È troppo dolce. E comunque è meglio smetterla con questo “della Croce”. Devo trovarmi un nome più adatto, ora che comand… ehm… ora che devo riformare lo stato.”
“Che cosa intende?”
“Che cosa intendo? Secondo te qualcuno all’estero vedrebbe di buon occhio un imprenditore francese che spodesta il Re di un altro paese?”
“Non lo so, non ho mai capito molto di politica estera.”
“Ho notato. Comunque, dovrei trovarmi un nome che abbia anche un certo impatto sulla popolazione, capisci? Ma non ho mai avuto talento per queste cose.”
“Perché non prende il nome di un qualche rivoluzionario?”
“Sì… sì, è una bella idea, ho letto la storia di un rivoluzionario di questo paese che mi è piaciuta molto. Come vi chiamate tra voi comunisti? Compagni?”
“Sì, esatto.”
“Perfetto. Allora da oggi chiamatemi pure Compagno White.”