Silver, entrando nella stanza, trovò suo padre seduto su una grossa sedia che probabilmente per lui fungeva da trono. Oltre a quella sedia la stanza era completamente vuota. Le pareti erano state appena ridipinte di un bianco accecante, e Silver dovette stropicciare gli occhi più volte prima di abituarsi.
Erano passati due giorni da quando aveva finto quegli attentati che gli avevano permesso di togliere di mezzo tutti i suoi oppositori e prendere saldamente il potere su tutto il paese. Due giorni in cui Silver non aveva fatto altro che porsi la stessa domanda, una domanda che appena entrò nella stanza gridò a Vincent:
“Perché?”
L’eco delle sue parole riecheggiò più volte nella camera prima che Vincent si azzardasse a rispondere.
“Perché cosa?”
“Tutto questo. Non ti bastava continuare a fare il tuo comodo come presidente? Perché hai voluto di più?”
Vincent sospirò. “Proprio tu vieni a farmi questa domanda? Speravo che almeno tu fossi in grado di capire.”
Silver non rispose, ma continuò a guardare suo padre dritto negli occhi. Questi sospirò di nuovo, e prese in mano due katane che sembravano spuntare fuori dal nulla.
“Facciamo così.” Disse, lanciando una delle due spade al figlio. “Se riesci a battermi te lo spiego.”
Silver squadrò la sua arma per qualche secondo. “Sei diventato matto? Queste sono spade vere.”
Non fece neanche in tempo a finire la frase che se lo ritrovò di fronte, pronto a colpirlo. Fece appena in tempo ad alzare la sua lama per parare il colpo, rischiando pericolosamente di essere colpito.
Stava davvero cercando di ucciderlo? Era questa la risposta? Suo padre aveva perso la testa?
“Che cazzo ti dice il cervello?” Gridò.
“Difenditi!” Rispose lui, affondando altri fendenti.
Silver, per fortuna, era abbastanza ben addestrato da pararli tutti. Era stato addestrato dal migliore. Era stato addestrato da suo padre. Anche se non aveva mai capito appieno la sua fissazione per le spade giapponesi. Dopo qualche minuto di concitata battaglia, Silver lanciò un colpo in un apertura fin troppo evidente lasciata da Vincent: Riuscì a bloccare il colpo appena in tempo quando si rese conto che suo padre aveva cominciato a tossire furiosamente.
Mentre sputava sangue, Vincent riuscì a sedersi di nuovo, arrancando, sopra il suo trono. Silver gettò in terra la sua spada, si avvicinò a lui e ricominciò a guardarlo negli occhi, come poco prima.
“Che cosa vuoi ancora?” Gli chiese lui.
“Voglio sapere perché.”
“Perché? Perché da quando c’è stata la guerra in questo paese non c’è più stato nessun tipo di unità. Aveva bisogno di qualcuno che lo riunisse, che lo rimettesse in piedi. Come presidente non potevo fare così tanto. E poi… davvero non ci arrivi?”
“E poi cosa?”
“E poi l’ho fatto per te. Per darti un futuro.”
Silver venne svegliato di colpo da un rumore metallico. Si rese subito conto che un ragazzo stava armeggiando con la porta della sua cella.
“Chi sei?” Chiese subito lui.
“Mi chiamo James, sono venuto a liberarti.”
“Liberarmi?”
“Già. Dei compagni mi hanno fatto entrare qui di nascosto. Appena hanno saputo che c’era almeno un prigioniero tenuto qui sotto si sono resi conto che avevo ragione, e che quel Della Croce non è un tipo di cui fidarsi. Nessuno si azzarda a ribellarsi solo perché ha il generale della White Guard dalla sua parte. Per entrare qui sotto ho dovuto fare parecchie promesse, dovresti ringraziarmi.”
James sbloccò la serratura. Silver rimuginò per qualche secondo, mentre usciva dalla cella.
“Hai detto ‘Compagni’? Vuoi dire che sei un comunista?”
“Sì, esatto. Ma tu chi sei?”
Silver cominciò a ridere.
“Chi sono io? Io sono il Re di questo fottuto paese!”
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Yevo stava camminando ormai da parecchi minuti, tenuto sotto tiro dai dieci soldati, mentre Bob camminava proprio di fronte a lui. Dopo tutti quei minuti di silenzio, Yevo azzardò una domanda.
“Chi ti ha mandato a prendermi?”
Bob grugnì. “È stata un idea di Marco. È un Dorminista anche lui. Come Eric, quello dovresti averlo conosciuto.”
“Quindi lavori per lui?” Chiese Yevo.
Bob grugnì più forte, esasperato dall’idea di lavorare per qualcuno. “No. Nessuno lavora per nessuno tra noi. Decidiamo tutto insieme.”
“Capisco. Quindi l’idea di cominciare a perseguitare noi Yevoniti l’avete concepita insieme.”
“Beh, è stata una proposta di Marco.”
“Ah, anche quella.” Rispose ironico Yevo.
Bob si girò, spazientito.
“Senti, ragazzino, non credere che non abbia…”
La frase rimase a metà, quando Bob si rese conto che i suoi soldati erano bianchi come cadaveri. Impiegò pochi secondi ad associare la loro situazione al ragazzo, e si rivolse immediatamente a lui.
“Che cosa gli hai fatto?”
“Li ho uccisi.” Rispose lui. I dieci soldati si afflosciarono a terra non appena finì di pronunciare la frase.
“Ma con te non funziona. Come mai?”
Bob non rispose. In una frazione di secondo tirò fuori una pistola dai calzoni e sparò un colpo nel ginocchio di Yevo, che cadde carponi a terra.
“A quanto pare non sei più veloce di una pallottola, eh?” Disse, mentre si avvicinava a lui. “Io volevo portarti lì vivo, ma adesso mi hai fatto veramente incazzare.”
L’uomo colpì in faccia Yevo con un calcio. Questi finì sdraiato a terra.
“Vuoi sapere come mai su di me non funzionano le tue diavolerie? Rispondi a questo: Dove sta il tuo Dio?”
Yevo sputò a terra un dente. “In cielo…”
“Beh,” Disse Bob, tirando fuori una scheggia di pietra nera che teneva legata al collo “il mio è qui con me.”
Bob sparò un secondo colpo, diretto allo stomaco. Yevo cercò di dire qualcosa, ma dalla sua bocca uscirono solo dei rantoli incomprensibili. Bob gli poggiò una mano sulla bocca per zittirlo.
“Shhh, tra un attimo sarà tutto finito.”
Yevo chiuse gli occhi. L’ultimo colpo gli trapassò la fronte, sfracellando sull’asfalto quasi un secolo di vita.
Bob prese il cadavere di Yevo e se lo caricò in spalla. Lanciò un ultima occhiata ai corpi dei suoi uomini, dopodiché si allontanò, imprecando per il peso che teneva in spalla.
Quaranta minuti più tardi era nella sala delle riunioni dei Dorministi. Nella stanza trovò Marco, che discuteva al telefono con qualcuno in maniera assai preoccupata.
“Che cosa ci fai qui?!” Gridò lui, visibilmente alterato.
Bob, che nel frattempo aveva avvolto il corpo in una grossa busta di plastica nera, lo gettò sul tavolo. L’urto gli scoprì la faccia, e Marco, vedendola, cominciò a riprendere il controllo di sé.
“Ah, l’hai preso tu! Bravo, bravo…”
Bob, sempre senza fiatare, tirò fuori la pistola.
“Ma che fai, ti sei bevuto il cervello?!” Gli chiese Marco.
“Mi credi deficiente? Ho sentito tutte le tue telefonate. So che sei d’accordo con il tipo che ha fomentato la rivolta. Volevate spartirvi il potere eh?”
“Non hai capito proprio niente…” Rispose Marco, abbassando il suo cellulare.
Bob non rispose. Sparò tre volte verso il suo compagno, che si accasciò contro il muro, moribondo.
“E adesso” Disse, mentre gli prendeva il cellulare dalla mano “ci parlo io con Della Croce. Sono sicuro che tra gentiluomini ci capiremo al volo. Pronto?”
Una voce rispose. Una voce americana.
“Eh? Con chi parlo?”
La voce gli spiegò la situazione. Bob sorrise.
“Capisco… non pensavo che fosse una faccenda così grossa. Il corpo del ragazzo ce l’ho qui, potete venirlo a prendere quando volete. Sì, tutte le responsabilità di Marco ora passano a me, stia tranquillo, non ci sono problemi. Spero che potremo incontrarci di persona presto.”
Appena conclusa la telefonata, Bob si rese conto che qualcuno stava aprendo la botola. In pochi secondi si trovò di fronte Umberto, Gino e Eric.
Prima che nessuno dei tre potesse notare i due cadaveri, Bob sparò in testa a Gino, dopodiché puntò la pistola contro gli altri due.
“Umberto, io ti lascio andare solo perché conosco tua moglie, ma se dici una parola su quello che hai visto qui ti trovo e ti faccio a pezzi.”
“Andarmene? E che cosa dovrei fare poi, scusa?”
“Beh, hai sempre il tuo lavoro di fornaio, no? Adesso vattene, prima che cambi idea!”
Umberto salì la scala in fretta e furia, e nella stanza rimasero solo Bob e Eric.
“E adesso? Spari anche a me?” Esordì il ragazzo.
Bob abbassò l’arma. “Lo sai con chi ho parlato adesso?”
Eric non tentò neanche di indovinare. Bob rispose al posto suo.
“Ho parlato con un tipo della CIA. Marco prendeva ordini da lui. Anche Della Croce lavorava per loro. L’hanno usato per prendere il potere sul territorio. A Marco avevano chiesto di recuperare il corpo di quel ragazzo, ma adesso che è morto sono io il loro contatto.”
Eric, evidentemente poco interessato alla spiegazione, insisté: “Insomma, che vuoi da me?”
“Beh, mi servirà una mano da qualcuno se voglio metterglielo in culo, no?” Disse Bob, mentre lasciava cadere l’arma e poggiava una mano sulla spalla di Eric. “Allora? Che ne dici di lavorare con me?”
Eric si guardò attorno per qualche secondo, analizzando i tre cadaveri presenti nella stanza mentre ragionava sulla proposta del suo compagno.
“Va bene, ci sto.”
Bob diede una pacca sulla spalla a Eric, sorridendo eccitato.
“Bravo ragazzo! Sento che io e te faremo grandi affari insieme!”
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Silver raggiunse la sala in cui si trovava Della Croce con la sua katana in mano. Lo trovò di fronte alla vetrata, circondato da alcune guardie.
Il generale della White Guard si parò di fronte a lui, puntandogli contro la sua pistola.
“Fermo! Cosa pensi di fare?”
Silver non rispose. Si limitò a mozzare di netto la mano con cui teneva la pistola. Il colpo fu talmente veloce che l’uomo se ne accorse soltanto quando ormai la sua mano era già per terra.
Mentre questo urlava e cercava di fermare il sangue con la mano che gli restava, Silver cominciò ad avvicinarsi a Della Croce, ancora seduto in mezzo alle guardie.
“Forza, uccidetelo!” Gridò lui. Nessuna delle guardie si mosse. Erano tutte troppo impegnate a distogliere lo sguardo dal loro capo e a tremare.
Silver continuò ad avvicinarsi, camminando. Ivan si alzò in piedi. Una volta faccia a faccia, quest’ultimo si buttò in ginocchio, implorante.
“Ti prego, non uccidermi! Non è stata una mia idea, io stavo solo seguendo gli ordini!”
Un rantolo arrivò dall’altra parte della stanza, probabilmente emesso dal povero generale.
“Compagno White… io…”
Silver inarcò un sopracciglio. “Compagno White? Questo idiota si faceva chiamare così?”
Silver sospirò, e si rivolse ai ragazzi della White Guard presenti nella stanza.
“Portatelo fuori di qui. Mi fa troppo schifo anche per ucciderlo.”
I ragazzi, terrorizzati dal corpo mutilato, cacciarono via dal palazzo l’uomo in fretta e furia.
Silver tornò a sedersi sulla sua sedia da ufficio, di fronte alla vetrata, mentre il generale continuava a gridare e lamentarsi.
“Stai un po’ zitto tu! Devo pensare al futuro del mio paese.”
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Ivan uscì dal palazzo senza creare troppi problemi. Aveva sbagliato a non uccidere subito Silver. Così giovane, non pensava che avrebbe creato problemi. Sarebbe tornato lì dentro presto, non c’era niente di cui preoccuparsi. Ma chi era stato a liberarlo?
La risposta gli si presentò alle spalle un attimo dopo. Il tipo che aveva visto nella sede del partito, come si chiamava, James? Stava uscendo dal palazzo subito dopo di lui, con aria depressa. “Maledetto ragazzino!” Pensò lui. “Adesso lo ammazzo!”
Questo pensiero si sfracellò sul grosso portone di vetro, assieme al suo cervello.
“L’hai colpito?” Chiese la voce per telefono.
“Dritto in testa.” Rispose Jules, appostato su un palazzo vicino, mentre riponeva il suo fucile.
“Ottimo. A quanto pare ho scelto le persone sbagliate a cui affidare le operazioni lì ad Arcadia. Sarò presto lì di persona.”
L’uomo chiuse la comunicazione. Jules scoppiò a ridere vedendo correre di nuovo dentro il povero James, resosi conto dei pezzi di cervello spalmati sulla porta.
Xed51 ha presentato:
30/06/09
Epilogo 1
Pochi giorni dopo, Gabriel aveva già rimesso in ordine la sua chiesa, sepolto il corpo del prete e ricominciato a dare asilo a nuovi orfani.
“Chi è quello lì?” Chiese uno dei ragazzini, indicando la foto di Yevo appesa al muro.
Gabriel sospirò. “Era una brava persona.”
“E che fine ha fatto?”
“È morto, ma almeno l’ha fatto per un buon motivo.”
“Ha salvato il mondo?”
“No, ha salvato me. Certe volte basta questo per essere un eroe.”
Gabriel si alzò di scatto, sorpreso dal rumore delle porte della chiesa. Vide entrare una donna dall’aria triste, che lo riconobbe subito.
“Ciao Gabriel, avrei bisogno di vedere il parroco.”
“Ah Annabella, il parroco non c’è, di cosa avevi bisogno?”
“Dovrei confessarmi…” Rispose lei, avvilita. “Sei sicuro che non c’è modo di rintracciarlo?”
“Beh, vedi, lui… Ah, che cavolo, vieni di là, puoi sempre parlarne con me.”
Epilogo 2
Caroline rimase al rifugio per qualche giorno. Gli uomini di Mr. P non arrivarono mai a lei. Adrian la contattò per farle sapere che il suo volo era pronto. Lei gli diede appuntamento ad un vecchio bar, ormai chiuso. Una volta dentro trovarono, con grande sorpresa di lei, un ragazzo dai capelli argentati che si dava da fare per pulire i boccali dalla polvere.
“Ciao Caroline.” Esordì lui.
“Silver? Che ci fai qui?”
“Ho intercettato la vostra telefonata e ho pensato di venirti a fare un saluto.”
“Fai intercettare le mie telefonate?” Chiese Adrian.
“Faccio intercettare tutte le telefonate. Di recente un povero stronzo ha provato a fare un colpo di stato, vorrei evitare che succeda di nuovo. Prendete una birra?”
I due si sedettero al bancone. Silver preparò due boccali di birra e li poggiò di fronte a loro.
“Insomma, come mai parti?” Chiese lui.
“Ho rubato dei soldi a un mafioso e ora vuole uccidermi.”
“Beh, è proprio da te. E lui chi è?”
“Siamo vecchi amici.” Rispose lui. “Vorrei sapere chi sei tu, piuttosto.”
“È il figlio di Vincent Vargas.” Rispose lei. “Dovresti averlo conosciuto.”
“Sì, l’ho conosciuto… Aspetta un attimo, ma questo non vuol dire che sei il Re?”
Caroline sorrise. “Sì, sono io il Re.” Rispose lui.
Adrian rimase spiazzato per qualche secondo. “Come hai fatto a tenerlo nascosto?”
“È facile: frega qualcosa a qualcuno? Sei il primo che me lo chiede da anni.”
I tre rimasero in silenzio per qualche secondo, bevendo le loro birre.
“È quasi ora di andare.” Disse Adrian.
I due si alzarono. Silver sorrise.
“Caroline, se ti serve qualcosa io…”
“Dai, basta con questo Caroline. Era un soprannome idiota che mi aveva dato tuo zio. Il mio nome è Cecilia.” Si avvicinò a Silver e lo baciò teneramente sulla fronte. “Cerca di fare un buon lavoro qui, quando torno voglio vedere questo Bar rimesso in sesto.”
“Contaci!” Rispose lui, mentre i due si allontanavano.
Epilogo 3
James bruciò la sua tessera di partito e si diede al giornalismo. Riuscì in poco tempo a trovare il suo primo scoop e a convincere i suoi ex-compagni a impiegare i fondi rimasti di Della Croce nell’apertura del suo giornale.
“Non fraintendermi, siamo anche noi per il ritorno di un qualsiasi tipo di informazione in questa città.” Esordì Marcus. “Ma sei sicuro che non bisognerebbe spendere questi soldi in modo più costruttivo?”
James rimase in silenzio, mentre camminava in cerchio nella sede del suo ex-partito.
“Lo sai, ho visto il Re qualche giorno fa.”
“Davvero? E chi è?”
“Nessuno che conosci. È un ragazzo albino, più o meno della mia età. Non ho neanche saputo il suo nome.”
“E questo cosa ha a che fare col tuo giornale?”
“Ho parlato con alcune persone che si trovavano al funerale di Vincent Vargas. Ricordano di aver visto un ragazzo albino tessere le lodi dei suoi genitori appena morti. Sai come li ha chiamati?”
“Illuminami.”
“Mr. White e Miss. Black.”
“Non credo di aver capito dove vuoi arrivare.”
“Non hai bisogno di capire. Dammi quei soldi, ed entro un mese avrai un milione di giornali con in prima pagina il motivo per cui il nostro governo è un abominio della democrazia nato da una rivoluzione. Pensi che sarebbero spesi meglio così, o con un fucile?”