“Possiamo cominciare l’operazione hail to the king, mister?”
“Si, adesso che Vargas è ufficialmente morto insieme a tutti quei ricconi non
abbiamo più nulla che possa ostacolarci, il piano può cominciare.”
“D’accordo, ancora qualche preparativo e saremo al 100%. Tu, piuttosto, credi di
farcela?”
“Aspetto questo momento da anni coglione, credi sul serio che non possa
farcela?”
“Ehi, calmatevi voi due! Non abbiamo tempo per queste idiozie, dobbiamo dare il
via all’operazione.”
“Gliel’abbiamo già dato il via, cosa credi, che siamo dei novellini?”
“Lavorare con voi è
impossibile… avanti, andiamo, dove avevi detto che si trovava quella base
segreta?”
Xed51 presenta:
Hail to the king
Caduta e ascesa di Vincent Vargas
Parte II: Ascesa
27/03/07
Il
gran pascià era l’uomo chiave della mafia ad Arcadia. Qualsiasi cosa ‘poco
lecita’ girasse per la città doveva prima passare per le sue mani. Sapeva sempre
tutto di tutti. La persona migliore a cui chiedere informazioni quando il tuo
uomo è stato ucciso da un attentato aereo. Meg sapeva benissimo dove trovarlo
(in effetti, chiunque sapeva benissimo dove trovarlo, ma lei era l’unica ad
avere il fegato di farlo sul serio). Entrata nel suo rifugio, lo trovò al
telefono che si assicurava dell’omicidio di un certo Mida.
“Ehilà Ted, è un bel po’ che non ci vediamo.”
Sentendo la voce di Meg, il pascià chiuse la telefonata e si rivolse a lei come
ad una vecchia amica.
“Meg, quanto tempo! Che cosa ti porta di nuovo dalle mie parti?”
“Sono di cattivissimo umore Ted, quindi andrò subito al dunque. Il mese scorso
si è schiantato un aereo sulla White House, ed esigo di sapere quello che sai
tu.”
“Ah, ricordo, l’ incidente alla White House… che terribile disgrazia.”
“Disgrazia un paio di palle. Devi saperne per forza qualcosa, è il tuo mestiere
quello di sapere tutto.”
“Stavolta sei venuta a chiedere informazioni proprio alla persona sbagliata,
Meg… io non so assolutamente nulla dell’incidente.”
“Te l’ho già detto Theodor, non sono dell’umore per stare dietro alle tue
cazzate.”
*BLAM!*
“Vedi, ora quell’uomo è un povero zoppo. Ho bisogno di quelle informazioni e tu
me le darai.”
Per aver agito senza pensare, Meg si ritrovò puntati addosso più fucili di
quanti non ne avesse visti nell’arco di una vita.
“Grosso errore Meg, stai mandando a puttane un amicizia che ti è sempre
servita.”
Due uomini si avvicinavano a Meg con i fucili ben in vista.
*BLAM! BLAM!*
Improvvisamente caddero a terra sanguinanti, senza che Meg avesse sparato
nemmeno un colpo.
“Silver!”
“Andiamo mamma, scappa!”
“Come sei arrivato qui?”
“Ti ho seguita.”
“Non avresti dovuto farlo.”
“L’ho fatto. Ora se permetti abbiamo un piccolo esercito che vuole farci il culo
e ti suggerisco di scappare di corsa!”
Silver prese per mano sua madre e cominciò a correre, mentre i sicari del pascià
li rincorrevano a perdifiato per le vie di Arcadia.
Nel frattempo, i tre uomini misteriosi erano arrivati al Titti Twister, il
locale più malfamato di tutta la città. Il primo era piuttosto agitato.
“E sarebbe questo il posto, Adrian?”
Il secondo, che indossava una maschera da wrestler molto pacchiana, prese ad
imprecare.
“In nome di dio! Non devi chiamarmi per nome! Perché credi che porti questa
maschera in faccia? Per divertirmi? Fa caldo con questa cazzo di maschera, anche
alle 2 di notte! E la indosso lo stesso! E lo sai perché? Per non farmi
riconoscere! Smettila di chiamarmi per nome davanti a tutti, per dio!”
La porta del locale si aprì di scatto, e Adrian si trovò di fronte un uomo
rasato, in canottiera, sui 900 kg e alto all’incirca due metri.
“Ehilà Adrian, come và? Sono amici tuoi questi? Entra, bevi qualcosa!”
Il primo uomo non riusciva a guardarlo negli occhi, il secondo entrò nel locale
bestemmiando, il terzo li seguì ridendo sguaiatamente.
All’interno, lo spettacolo era dei più degradanti: Uomini di dubbia lucidità e
dal linguaggio scurrile, comunemente detti ubriachi, donne di mal’affare ben
poco vestite, dette comunemente troie, e il gestore, grasso, pelato, alto e con
diverse cicatrici comunemente detto Piero.
“Barista! Una
cameriera al mio tavolo! In minigonna!”
“Rinnovo i miei
dubbi, Adrian, è questo il posto?”
Adrian, ormai arresosi al fatto di essere chiamato col suo nome, continuava a
farsi strada fra gli ubriachi e le puttane cercando di raggiungere il retro del
locale.
“Non è questo il posto, dobbiamo passare di qui per arrivarci.”
“Oh, capisco, Adrian.”
Il terzo uomo continuava a piegarsi dalle risate, mentre Adrian biascicava
qualcosa all’altro.
“Considerate la mia paga raddoppiata, coglioni…”
Si fermarono di botto, e Adrian prese a battere con le nocche sul pavimento
(nelle zone libere dal vomito).
“Da queste parti dovrebbe esserci una botola…”
“Una botola!?”
“Si, una botola, c’è qualcosa di strano?”
“Mi astengo dal commentare.”
Trovata l’apertura, Adrian guidò giù per una scala per poi ritrovarsi in un
luogo molto più pulito del precedente, le fogne.
“Puoi spiegarmi che cosa sono venuto a fare io?” Parlò finalmente il terzo uomo.
“Non mi fidavo di Adrian.”
“Nemmeno io mi fido di Adrian, se è per questo.”
“Argh! Restate zitti per cinque minuti, siamo quasi arrivati! Questo è l’ultimo
lavoro che faccio con voi, giuro su dio!”
Passarono un bel po’ di tempo girando per le fogne, finché non si trovarono di
fronte alla porta che andavano cercando. Adrian bussò.
“Lasciate parlare me, conosco la parola d’ordine.”
Una voce si pronunciò dall’altra parte.
“Chi è James Bond?”
“Sean Connery.”
Il primo e il terzo uomo rimasero ammutoliti per cinque minuti mentre la porta
veniva sbloccata.
“Che sarebbe successo se gli avessi detto Pierce Brosnan?”
“Hanno dei fucili di là.” La sua espressione di fece seria. “Questo è il momento
delle decisioni importanti, mister. Una volta entrato lì dentro non potrai più
tornare indietro, sei sicuro di quello che fai?”
“Si.”
“Se ti sottoponi a questa operazione tornerai in forma meglio di quando avevi
vent’anni, ma ti resterà poco da vivere, lo capisci questo?”
“Mi basta poco tempo per fare quello che devo. Ora lasciami entrare…” Il suo
volto accennò un sorriso. “… Adrian.”
Il primo uomo entrò nella sala, mentre i suo compagni lo aspettavano fuori dalla
porta.
“C’è una puzza infernale qui, Adrian.”
“Ti odio.”
“Anche io ti odio, Adrian.”
Silver e Meg stavano riprendendo fiato nascosti in un vicolo, quando Silver
assalì sua madre, poggiata ad un muro per la stanchezza.
“Che cosa ti era saltato in mente!? Se volevi crepare potevi ficcarti la canna
di una pistola in gola!”
“Stupido…”
“Io!? Possibile che tu non sia capace di sopravvivere a quell’uomo?”
“Ti ricordo che quell’uomo era tuo padre.”
“Non è di questo che stiamo parlando.”
“Ero lì per cercare
informazioni.”
“Eri lì per farti
ammazzare! L’avrebbe capito anche un cieco!”
Silver non si rese conto immediatamente di ciò che aveva detto, ma alla parola
‘cieco’ Meg scoppiò in lacrime nelle braccia di suo figlio.
“Mi manca tanto, Silver…”
Improvvisamente, il volto di Silver sbiancò assumendo il colore del suo nome.
“Mamma…?”
“Si?”
“Ti ho mai detto che ti voglio bene?”
“No, credo proprio di no.”
“Ti voglio bene mamma.”
Meg si asciugò le lacrime.
“Ma cosa…”
Cinque uomini armati bloccavano l’uscita del vicolo.
“Anch’io ti voglio bene Silver.”
*Blam!*
“Avanti, sbrigatevi, se ci vedono io ho finito di lavorare in questo quartiere.”
Adrian stava scortando gli altri due fuori da un tombino.
“Ce la fai ad alzarti, mister?”
“Si, ce la faccio, dammi solo il tempo di abituarmi gli occhi.”
“Non ce l’abbiamo tutto questo tempo…”
“Ehi, che sta succedendo laggiù?”
Mentre il primo uomo usciva dal tombino, notò un gruppo di uomini che correva a
fucili spianati.
“Un esecuzione mafiosa, direi di non intrometterci.”
“Non intrometterci? Nessun mafioso se la caverà nella mia città d’ora in
poi, andiamo a dare l’esempio! Tu ci stai Hugo?”
“Yeah!”
“Siete due idioti…”
“Tira fuori la pistola Adrian, la tua paga è stata appena triplicata!”
“Devo cambiare lavoro… mi farò ammazzare prima o poi, devo assolutamente
cambiare lavoro…”
Il gruppo prese a rincorrere i sicari del pascià, proprio mentre Silver e sua
madre discutevano.
“Anch’io ti voglio bene Silver.”
*Blam!*
La testa del sicario più vicino venne ridimensionata da un proiettile.
“Hugo, sapresti dirmi che cosa manca a questa storia?”
*Blam!*
Il secondo proiettile uccise un altro sicario prima che potesse far danni.
“Non saprei dirlo, tu che ne pensi Adrian?”
*Blam!*
Tre sicari a terra.
“Devo cambiare mestiere, devo cambiare mestiere…”
*Blam!*
“Ve lo dico io che cosa manca a questa storia, ragazzi.”
L’ultimo rimasto in vita gettò il fucile in terra e alzò le mani in segno di
resa, mente il primo uomo gli puntava la pistola alla testa.
“A questa storia manca un cattivo.”
*Blam!*
Meg rimase abbagliata nel vedere il volto del suo salvatore. Silver, ugualmente
stupito, faceva di tutto per non farlo intendere.
“Vincent!?”
“Papà!?”
Vincent non parlò, la prima a saltargli addosso fu Meg.
“Bugiardo! Sei un bugiardo! Mi hai mentito, sei un fottuto bugiardo…”
Meg cadde a terra, e Vincent si chinò per seguirla. Lei notò in Vincent qualcosa
di diverso, e di certo non era nel suo aspetto fisico.
Per la prima volta, la stava guardando come una persona.
“Vincent… ma… tu ci vedi?”
“Meg… in questo tempo che abbiamo passato sono cambiate molte cose, ma sappi che
non permetterò che i miei sentimenti verso di te mi impediscano di fare quel che
devo.”
Un colpo di pistola, che attutito dal silenziatore sembra quasi un sospiro.
“Non preoccuparti, sono solo tranquillanti. Ora dormi, quando ti sveglierai sarò
lì a spiegarti tutto.”
Una
figura inquietante si aggirava disperata per la città, quella sera. Il suo
peggior nemico era stato ucciso da un attentato, nulla poteva andare peggio di
così.
“Avrei dovuto ucciderlo io quell’infame, avrei dovuto farlo a pezzi quando ne
avevo l’opportunità.”
Veniva schivato da tutti i passanti, non si può pretendere di essere popolari
quando si parla da soli per la strada.
“Lance, Lance, sei un povero scemo… ehi, ma…”
Lance bloccò improvvisamente il suo peregrinare dopo che ebbe visto tre uomini
uscire da un tombino.
Uno dei tre sembrava davvero essere White, e sebbene fosse probabile che si
trattasse di un allucinazione provocata dall’alcol valeva comunque la pena
controllare.
“Ma che cazzo… non solo è vivo, ma ci vede di nuovo il bastardo, stavolta non lo
faccio andare via con le sue gambe…”
Mentre Vincent stordiva Meg con la pistola a tranquillanti, Lance cominciò a
corrergli incontro.
“Non preoccuparti, sono solo tranquillanti. Ora dormi, quando ti sveglierai sarò
lì a spiegarti tutto.”
“White! È ora di pagare per i tuoi crimini, bastardo!”
Cercò di tirargli un pugno, ma da ubriaco non riusciva a fare molto.
“Non provare a toccare mio padre, pezzente.”
Il calcio di un fucile lo colpì sulla nuca lasciandolo a terra, mentre si vedeva
puntato in faccia lo stesso fucile dal figlio di White.
“Cosa vuoi da mio padre, barbone del cazzo?”
“Si dà il caso, ragazzino, che tuo padre mi abbia piantato una pallottola in
testa parecchio tempo fa.”
“Ah si? Allora facciamola diventare una tradizione di famiglia, ti và?”
*Blam!*
il corpo di Lance crollò a terra, di nuovo senza vita.
“Ora, tu, mi devi delle spiegazioni.”
Vincent diede una ripulita veloce al suo vestito.
“Dimmi, Silver, sei mai stato affascinato dall’idea di monarchia assoluta?”
“… sto ascoltando.”
“Mettiamola così, che ne diresti di un governo monarchico in stile Vincent
Vargas?”
“Vargas e figlio, papà…”
“Certo, certo, Vargas e figlio… ora aiuta quei due signori a portare tua
madre…”
Quella sera venne trasmesso un comunicato del redivivo Vincent Vargas, che scampato all’attentato perpetrato ai suoi danni spiegava alla popolazione come, per il loro benessere e la loro sicurezza, era necessaria una stretta più salda, e la successiva trasformazione della loro repubblica in una monarchia.
Meg si svegliò qualche ora più tardi in una camera da letto piuttosto povera.
Vincent era seduto accanto al letto, in attesa del suo risveglio.
“Vincent… che cos’è questo posto?” chiese lei, ancora intontita.
“Era la casa dei miei genitori.”
“Oh… capisco… dimmi, Vincent, che cos’è successo ieri sera?”
Vincent non rispose. si limitò a guardarla negli occhi, dopo tanto tempo che non
lo faceva.
“Meg… mi vuoi sposare?”
“Eh?”
“Sposami.”
“Quando?”
“Quando hai tempo.”
“Ho sempre tempo.”
Vincent si alzò dalla sua sedia e si diresse verso la porta.
“Ora devo sbrigare delle faccende, Regina.”
“Regina…?”
Vincent sorrise.
“Tornerò più tardi, ho una lunga storia da raccontarti.”
- Fine -