Quella mattina il bar di Meg era semivuoto; le uniche anime disperate che lo popolavano erano dei camionisti mezzi ubriachi (fra cui un certo Orfeo). Ma mentre si preparava ad un'altra giornata noiosa, Meg vide qualcosa che non vedeva ormai da più di vent’anni: Vincent Vargas era entrato nel suo locale accompagnato dal suo maggiordomo Ambrogio. Aveva un braccio ingessato e un paio di occhiali neri.

Silver uscì fuori dalla cucina al richiamo di sua madre e si fermò sul bancone in attesa di una parola da suo padre. La prima a parlare però fu Meg.

“A che cosa dobbiamo questa visita così inaspettata Vince?”

“Meg, quante persone sono presenti al tuo bar?”

La prima cosa che notò era il fatto che essere chiamato Vince non gli aveva fatto nessun effetto.

La seconda cosa che notò era che per qualche motivo non riusciva a contare i clienti del bar. Non era tanto difficile in fondo.

“Cinque ubriaconi e un Orfeo, perché?”

“Io, Vincent Vargas, di fronte a cinque testimoni validi e ad un Orfeo riconosco il qui presente Silver Dorogoi come mio figlio legittimo.”

Sul bar, per una decina di minuti, cadde un silenzio di tomba.

“Ambrogio! I testimoni sono stupiti?”

“Più che stupiti li definirei disinteressati, Sir.”

Orfeo intervenne spiegando a Vincent: “Guarda che in questo bar lo sanno pure i mattoni di chi è figlio Silver.”

“Ambrogio! Quell’uomo fa parte di una minoranza etnica o posso insultarlo?”

“Quell’uomo è di colore, Sir.”

“Di che colore?”

Prima che Ambrogio potesse rispondere all’intelligente domanda del suo superiore, Meg lo interruppe.

“Orfeo ha ragione Vince, qui le conoscono tutti e nei dettagli le scopate che ci facevamo ai bei tempi andati. Ma… aspetta… ti sei chiamato Vincent? Ehi, che ti è successo agli occhi?”

“Meg, Silver, venite a vivere con me alla White House.”

“Cosa?!”

 

Xed51 presenta:

Hail to the king

Caduta e Ascesa di Vincent Vargas

Parte I: Caduta

15/03/07

 

Nelle due ore successive, Vincent spiegò a Meg come il suo ex comandante della White guard, morto e resuscitato a distanza di anni, gli avesse tolto la vista grazie al potere dei suoi occhi che, fra parentesi, era stato lui a dargli pagando profumatamente fior di scienziati. In una qualsiasi altra occasione, Meg avrebbe additato ben altro motivo per la cecità di Vince, ma stordita dall’invito che le aveva fatto accettò la sua spiegazione come buona e si sforzò di assecondare il suo tentativo di redenzione, accettando di andare a vivere assieme a lui con Silver.

Come se le dispiacesse.

(Il suo bar, in mano al neo-proprietario, si trasformò ben presto in un bordello. Caroline si licenziò dopo i primi due clienti e di lei si perse qualsiasi traccia.)

Meg, comunque, pose una condizione per il suo arrivo alla White House: sarebbe dovuta rimanere lei con Vincent; niente guardie del corpo, niente cani da guardia, niente di niente. Soltanto lei. A Vincent, che assieme alla cecità aveva assunto una gran voglia di redenzione (?) accettò. Inoltre, conciato com’era era facilmente vittima di attentati o omicidi, per questo volle anche Silver con se, voleva tramandare qualcosa di suo al futuro nel caso fosse stato ucciso. E anche se non l’avrebbe mai ammesso, sentiva anche il bisogno di avere una famiglia, dato che nessuno di quei tempi avrebbe lasciato al potere un presidente cieco.

Alla White House, Meg e Silver venivano serviti e riveriti, anche per via del fatto che gran parte del personale del palazzo li conosceva ormai da lungo tempo. Era la prima volta che Silver sperimentava il lusso sfrenato, e non gli dispiaceva affatto. Meg, dal canto suo, non riusciva ad essere pienamente soddisfatta vedendo l’uomo che amava ridotto ad un handicappato. Certo, finalmente aveva l’occasione di stargli vicino, ma vederlo in quello stato la faceva comunque star male.

Nelle settimane che seguirono, Meg tenne fede al suo impegno rimanendo sempre con Vincent. Per tutto quel tempo fu i suoi occhi, la luce nella sua oscurità.

Nelle settimane che seguirono, Silver non lavorò nemmeno per dieci minuti passando le giornate nella sottile arte del fare nulla.

 

---

 

“Ambrogio, hai convocato gli uomini che ti avevo richiesto?”

“La maggior parte Signore, non siamo riusciti a rintracciarne due.”

“Fa nulla. Meg e Silver sono fuori dal palazzo?”

“Si signore.”

“Perfetto. I nostri ospiti sono già in sala conferenze?”

“Stanno aspettando solo lei.”

“Grazie Ambrogio, hai il resto della giornata libero. Che è un modo carino per dire ‘preferisco rimanere solo a sbrigare i miei affari”

“Capisco, Signore.”

Mentre Ambrogio lasciava la White House, White si recò nella sala conferenze, dove aveva fatto convocare gli uomini più potenti e di influenza di tutto il paese. Arrivato nella sala, molto grande e che dava su un ampia vetrata, si sedette a capotavola e si rivolse al gruppo di magnati, miliardari e mafiosi che si parava accanto a lui su quel tavolo.

“Credo che voi tutti sappiate perché vi ho fatto convocare.”

“Veramente saresti tu a dovercelo dire, Vargas.” Obbiettò uno dei presenti.

“Sarò più chiaro con voi.”

*BLAM!*

Detto questo, freddò l’uomo seduto accanto a lui con un colpo di pistola.

“Sarò più esplicito ora, e spero che mi ascolterete con la dovuta attenzione. Voi vi trovate qui perché avete cercato di mettervi contro di me. E chi si mette contro di me, fa la fine di questo tipo qui a fianco. Come si chiamava?”

“Seymour… Seymour Martell.” Rispose un altro.

“Grazie ragazzo. E tu come ti chiami?”

“Adam Frost.”

*BLAM!*

Un altro sparo e anche Adam finì all’altro mondo.

“Vi stavo appunto spiegando come chi tenta in qualche modo di mettermi i bastoni fra le ruote faccia la fine che hanno appena fatto Seymour e Adam. Ora il punto chiave è: tenete di più al vostro potere o alla perfetta integrità della vostra calotta cranica?”

“Avanti, “Presidente”, sei diventato un povero cieco, è giunto il momento di metterti da parte.”

Vincent si tolse gli occhiali, e prese a guardare l’uomo che l’aveva appena attaccato con i suoi occhi ciechi.

“I miei genitori mi hanno dato un nome, signor Truman, e le sarei grato se lo usasse. In secondo luogo, anche se privo della vista le ricordo che posso riconoscere benissimo la direzione da cui proviene una voce. La cecità affina i sensi, non lo sapeva?”

*BLAM! BLAM!*

“Allora, carissimi, eravate in dodici e in nemmeno dieci minuti siete già rimasti in nove: non credete sia giunto il momento di mettere da parte l’orgoglio e di cominciare ad obbedire?”

 

Silver e Meg si stavano dirigendo alla White House in quel momento. Meg era stata piuttosto riluttante ad allontanarsi, soprattutto perché gli era stato praticamente ordinato, e non aveva ancora capito come avesse fatto ad acconsentire. Non era passata nemmeno mezz’ora e stava già trascinando suo figlio alla White House in cerca di spiegazioni.

“Quell’aereo sta volando davvero basso.”

“Non me ne può fottere di meno. Ora ho intenzione di prendere quel coglione di tuo padre e di farmi spiegare nei dettagli perché non ci voleva tra i piedi.”

“Avrà avuto degli affari da sbrigare… e ti sarei molto grato se lasciassi il mio braccio attaccato al mio busto.”

“Potresti correre un po’ di più invece di chiacchierare.”

“Si, ma… quell’aereo sta volando davvero basso…”

 

Accadde tutto in pochi secondi. Un aereo si andò a schiantare addosso alla grande vetrata della White House, finendo nella sala conferenze dove anni prima si progettavano rivoluzioni e colpi di stato.

Una fragorosa esplosione distrusse gran parte dell’edificio. Meg e Silver assistettero impotenti allo spettacolo.

Nei giorni che seguirono l’incidente, Meg si sforzò di apparire ottimista, finché, due settimane più tardi, con l’esame del dna si risalì al corpo dell’ormai ex-presidente Vincent Vargas.

 

-Continua-