Pochi giorni dopo la presa di potere di White, Meg decise che aspettare aveva perso ogni senso logico. Ed era per quello che adesso stava lì in piedi davanti a lui.
“Vince, siediti.”
“Signor presidente. Ma visto che sei tu ti concedo un 'White'. Ma nulla di più confidenziale.”
“Me ne sbatto una sega delle tue regole, Vincent. E porca puttana siediti.”
Vince si sedette.
“Ora mi ascolterai e se farai un fiato ti staccherò le palle. Chiaro?”
“Uhm…chiaro.”
“Sono incinta. E non dire che non è tuo perché sai che è così.”
Vince rimase in silenzio a pensare per un po’.
“I test diranno il contrario.”
Si alzò.
“Ora avrei altri impegni…”
“I test diranno il contrario, ma visto che di lì ci sei passato solo tu negli ultimi tre anni, io dico che è così.
“I TEST DIRANNO IL CONTRARIO E LA LEGGE SE NE SBATTE DELLA TUA OPINIONE!”
“IO DICO CHE È COSÌ E IO ME NE SBATTO DELLA LEGGE!”
Vince sorrise.
“E cosa comporterà mai la tua opinione per me?”
“Comporterà che per i prossimi due anni, le mie unghie sulla schiena te le scordi. E non dire che te ne freghi, perché se veramente non ti piacesse non mi avresti nemmeno fatto entrare nella Selene, caro il mio stronzo.”
Si riavviò i capelli e si voltò.
“Goodbye, Mr. President.”
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Yuppu & Xed51 presentano: Grey Figlio del contrasto 10/12/06 |
Tornata alla sua bettola, la sua tana, Meg trovò una certa Caroline, che diceva di essere stata assunta dal gestore.
“Bella storiella Caroline, se davvero ti chiami così. Peccato che il gestore sia io, dolcezza.
“Se il gestore sei tu allora si vede che ci tieni davvero poco al tuo locale visto che è un dato di fatto che ho lavorato qui in questi mesi…e dato che attiro la metà della clientela di questo posto credo che a breve mi troverai indispensabile”
Caroline parlava con assoluta calma, era quasi convincente.
“Il dato di fatto, dolcezza, è che a meno che tu non sia una puttana sei indispensabile quanto un frigorifero al Polo Sud.”
“So essere quello che voglio, all’occorrenza.”
“Perfetto. Dunque, lo vedi il negro là nell’angolo? Quello è il mio amico Orfeo, e sarà ben felice di mettertelo nel culo, quindi datti una mossa o sloggia.”
“Ho come l'impressione che a te piacerebbe di più.”
“Oggi ho già dato. Il presidente me l’ha appena messo nel culo con le sue care leggi.”
Caroline assunse una strana espressione.
“Sei cosciente del fatto che questo potrebbe essere l’inizio di una lunga amicizia?”
“No, ma se sei proprio convinta… aspetta un secondo… tu sei Orange. Anzi, tu eri Orange.”
“Io sono Caroline.”
“E io sono Meg. E sono incinta di Vincent.”
“Cose che capitano. Come lo chiamerai?”
“Non ci ho ancora pensato…”
Una voce da fondo sala la interruppe
“Palle!”
“Sta zitto, Orfeo!” Lo zittì Meg. “Pensavo a qualcosa come Silver, comunque…”
“Che nome di merda!”
“Sta zitto, Orfeo!” Stavolta lo zittì Caroline. “Silver è un gran bel nome, Meg.”
“Forse hai ragione, Caroline. Questo potrebbe essere l'inizio di una lunga amicizia.”
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All’età di 5 anni, Silver Dorogoi viveva nell’ambiente più malfamato di tutto Aurora. Prima ancora di imparare a dire mamma aveva imparato a dire fanculo. Imparò a camminare per necessità, andando da sua madre a Caroline e viceversa. Ed ora sapeva già caricare una 9 mm.
“Mamma, mamma, cos’è un figlio di puttana?”
“È tuo padre, tesoro. Da bravo, amore, smonta la pistola e mettila sotto al bancone, che ci sono i gufi in giro.”
“Che tenerezza. E così precoce, poi…”
“Zia Caroline, dopo mi porti a sparare ai piccioni?”
“Certo tesoro, così lasciamo lavorare un po’ mamma…”
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“Ehi Silver, svegliati che è tardi. Va un po' a vedere se il ciccione in rosso ti ha lasciato qualcosa.”
Silver mugugnò qualcosa che aveva tutta l'aria di essere un insulto. Me gli appoggiò un piede sulla faccia.
“Tesoro, ti ho già detto che queste cose non devi dirle né a me né a zia Caroline. Alza il culo, che dobbiamo lavorare.”
Silver scese le scale bestemmiando qualcosa, poi vide il regalo e corse sotto l’albero.
“Guarda mamma, un uzi!”
“E dove l'hai trovato?”
“Lì, nell'anfibio!”
“Lo dicevo che il vecchio si sarebbe ricordato di te.”
“Mamma andiamo al poligono oggi? Dai dai ti prego! Voglio provarlo, dai!”
“Non ti sembra un po’ rischioso mettere un uzi in mano ad un bambino di 8 anni?” Esordì Caroline
“Non sarà mai pericoloso quanto fidarsi di Vincent.”
La bionda alzò le braccia in segno di resa.
“Come se non avessi aperto bocca.”
“Mamma, quando sono grande mi porti a vedere mio padre?”
“Facciamo un bel gioco, tesoro. Io da lui ti ci porto oggi e tu in cambio usi l’uzi in casa sua, ok?”
“Sìììììì!”
Poche ore più tardi, Meg aveva portato Silver alla White House.
Le guardie della White House la riconobbero subito.
“Ehi, è la madre del figlio del presidente!”
La seconda guardia diede una gomitata al suo collega.
“È la PRESUNTA madre del PRESUNTO figlio del presidente…”
“Sì, e se non ci fate passare alla svelta vi stacco le PRESUNTE palle a morsi.”
Le guardie si misero sull’attenti facendo passare Meg e Silver.
Meg conosceva la strada a memoria e andò dritta all'ufficio del presidente senza farsi bloccare dalle guardie. Silver le trottava dietro mostrando tutto contento il suo uzi nuovo.
Vincent era voltato con la poltrona verso la finestra e non si avvide di Meg che entrava.
“Buon Natale, Mr. President.”
“Oh merda.”
“Esatto, caro Vince.”
“Dovrei licenziare le guardie che ti conoscono.”
“Dovresti assumere guardie asessuate.”
Meg si sedette sulla scrivania di Vincent.
“Ti presento tuo figlio Silver.”
Silver intanto era intento a mirare il lampadario.
Vincent rimase in silenzio per tre quarti d’ora.
“Da bravo, Silver, saluta papà”
“…” Silver si pulì il naso con una manica. “Lui è quello che conosce zia Caroline?”
“E chi è zia Caroline adesso?”
“Quella che un tempo chiamavi Orange.”
“Ah.”
A questa affermazione seguirono altri 45 minuti di silenzio.
“Come hai detto che si chiama il bambino?”
“Silver.”
“Che cazzo di nome è Silver?”
“Sempre meglio di Vincent, comunque.” Silver si arrampicò sulla scrivania.
“Questo sarebbe mio figlio…?”
“Questo sarebbe mio papà…?”
"Vi siete risposti da soli. Silver, non ti sembra che il lampadario stoni con il resto dell'ufficio?"
Per tutta risposta, Silver crivellò di colpì il succitato lampadario.
“Ma… ma… ma… ha preso tutto da te.”
“Certo, dopotutto è pure figlio mio.”
“Per quanto mi riguarda è solo figlio tuo.”
“I due anni sono passati da un pezzo. Se cambiassi idea la cambierei anche io.”
"Cambiare idea? E a proposito di cosa?"
Lo afferra per la cravatta e se lo tira a due centimetri dal viso .
“Suppongo che ti sia scordato delle mie unghie sulla schiena, allora.”
Vince sorrise.
“Ho ancora le cicatrici.”
“Non pensi mai che sarebbe ora di riaprirle?”
Vince si rimise la cravatta a posto e tornò a sedere.
“Sinceramente no.”
“Peccato…”
Guardò la parete, su cui c'era una foto di Selene.
"Silver, tesoro, quella foto è decisamente orrenda, non trovi?"
Poco dopo la cornice distrutta giaceva sul pavimento con dentro una foto senza volto.
Un’ora e venticinque minuti di silenzio.
Vincent tirò fuori una foto dal cassetto e la mise al posto di quella distrutta
“Che te ne fai di una foto, Vincent?”
“Mah, ravviva l’ambiente”
“Strana cosa ravvivare un ambiente usando l’immagine di una persona morta”
“Mi diresti una buona volta perché sei venuta DI NUOVO qui?”
“Semplice. Silver, dì a una guardia di accompagnarti a casa, io arrivo fra un po’.”
Silver annuì e se ne andò.
“Otto lunghi anni che non ci vediamo e tu non hai niente da dirmi?”
“Mah, non mi pare di doverti dire qualcosa. Dovrei?”
“Sì, otto anni solo con Orfeo non sono una passeggiata, Vince.”
“Non capisco in che modo mi riguardi la cosa.”
“Allora sei anche diventato tardo.”
“Lo sono da sempre. Arriva al dunque.”
Meg si aprì la maglia.
“Arrivaci tu al dunque.”
“Dunque…”
Gliela richiuse.
“…non me ne può fregare di meno.”
“Se non te ne frega di meno com’è che ce l’hai duro?”
Gli indicò il cavallo dei pantaloni.
“RIFLESSO INCONDIZIONATO!”
“Sì, mia nonna. Facciamo così. Tu ti sfoghi e io dico che ti ho costretto.”
“Oh… Meg, solo tu mi capisci.”
A quel richiamo, Vincent la sbatté sulla scrivania in nome dei vecchi tempi.
Quando circa un'ora dopo Meg tornò a casa, Silver le corse incontro.
“Mamma avete fatto davvero un altro figlio?!”
“Ma che cazz…?! ORFEO!”
“E raccontagli qualcosa di serio a sto ragazzo! Finisce sempre che devo spiegargli tutto io!”
“Non t’impicciare, erano otto anni che non ci vedevamo!”
“Otto anni e ancora tutto questo ardore? Ah, ho detto ardore? Volevo dire scopate.”
“Taci.”
“Ok.”
Orfeo si girò e tornò a bere.
“Mamma mi porti al poligono? Non l’ho ancora provato bene, dai!”
“Su, Silver, ti ci porta zia Caroline al poligono…”
“Sììììì!”
“Grazie Caroline…”
“Prego…quei soldi che ti dovevo dimenticali.”
“Li dimenticherò entro il 30 febbraio.”
“Sai Silver, credo di avere un bisogno urgente e di non poter venire al poligono…”
“Orfeo, portalo al poligono.”
“Cosa? Ma…”
“Orfeo, portalo al poligono.”
“…ok, ok, ricevuto”
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Una sera, ormai adolescente, Silver andò a dormire con il chiodo fisso che sparare non poteva essere l'unico modo per combattere.
Nonostante il suo dubbio, quella notte non sognò di armi e battaglie…difatti la mattina, fra le lenzuola fradice di sudore, aveva in mente una sola parola:
“Caroline…”
Quando Meg cambiò le lenzuola non disse nulla e non gli fece domande. Da quel momento in avanti si limitò a trattarlo da suo pari.
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Verso i 16 anni, Silver Dorogoi si accorse che sentiva la mancanza di qualcosa. E non erano le donne, dato che attorno ne aveva pure troppe. Così, un giorno, decise di fare visita al padre che non vedeva da otto lunghi anni.
In quel momento, Vincent si stava allenando con la katana nella sua palestra privata per sfogare la rabbia accumulata con il rifiuto della sua proposta di legge per clonare le ragazze di "Non è la Rai".
"Ciao papà."
Vincent si fermò improvvisamente alla vista delle sue guardie del corpo stese a terra.
"Potevi semplicemente CHIEDERE."
"Non mi sarei divertito altrimenti."
"Dì un po’ ragazzo, hai mai usato una di queste?" Disse a Silver alzando la katana
"Credo proprio di no."
"Ma che diavolo ti insegna tua madre? Prendi quella di una guardia e vieni qui che ti insegno io."
Un paio di ore più tardi, Meg era appoggiata allo stipite della palestra
"Silver, lo sai che ore sono?"
"Eh?" Per essersi distratto, Silver si beccò un pugno sulla testa.
Vincent si avvicinò a Meg.
"Ehi Meg! E' un bel po' che non ci si vede!"
"Anche troppo, Mr. President... ehi, Silver, muovi il culo e torna a casa."
"Cosa?! Perché?"
"Ho detto vai a casa. Fine della discussione."
Silver se ne andò con le bestemmie di rito. Meg tornò al bar quattro ore più tardi.
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Silver continuò a
prendere lezioni di spada dal padre per due anno.
Inspiegabilmente, nonostante ci andasse di nascosto, veniva sempre ripreso da
Meg che per qualche misteriosa ragione si tratteneva più del dovuto lasciando
Silver a gestire il bar.
Questo finché un giorno Silver vide una bizzarra notizia in tv. Un tizio biondo
con l'aria da nobile apparve sullo schermo, mostrando dietro di se il presidente
completamente legato.
"Il mio nome è Sion di Zenia, e da oggi nel nome del mio principato rivendico il
possesso su queste terre! Come vedete, il presidente Vincent Vargas è nelle
nostre ma..."
"WHITE PER DIO! QUANTE VOLTE VE LO DEVO DIRE?! WHITE!"
Una guardia colpì con una manganellata White che svenne a terra.
Sion: "Grazie Piero.
Dicevo... ehm... ero arrivato a...ehm...HAIL SION!"
La comunicazione si chiuse bruscamente.
Silver, che comunque quella mattina si stava decisamente annoiando, si fornì di
fucili e granate deciso a salvare suo padre.
Armato fino al buco del culo, si avviò verso la White House. Entrò facendosi
largo a colpi di bastone da Kendo, mandando al tappeto un centinaio di guardie.
Sion nel frattempo continuava a ricevere disturbate comunicazioni radio su una
specie di ragazzo che stava massacrando tutti i soldati all'entrata.
Lasciandosi dietro una scia di guardie, Silver raggiunse ben presto i piani
superiori del palazzo, trovando Sion intento a guardarsi nello specchio
distrattamente e suo padre legato intento a bestemmiare con attenzione.
"Ehi tu, finocchio."
Sion si girò immediatamente maledicendo i suoi riflessi incondizionati.
"Lascia andare il vecchio."
"Ehi quello è il mio ipotetico nonché vagamente sospettato figlio!"
Sion zittì White puntandogli una spada alla gola, poi si rivolse a Silver.
"Dunque in questa città c'è ancora qualcuno così stupido da mettersi sulla mia
strada." Disse Sion sfoderando la sua katana.
"Vediamo se ci sai fare."
Sion si mise in posizione di guardia.
Silver prese la katana di suo padre, che stava su un mobile. "Qualche ultimo
desiderio, finocchio?"
Sion si lanciò addosso a Silver senza rispondergli.
"Ok, combattiamo." Parò il colpo senza difficoltà.
Sion continuò ad attaccare Silver che parava qualsiasi colpo con una facilità
disarmante. In pochi colpi riuscì a metterlo a tappeto.
"Ma era una pippa! Papà, si può sapere come hai fatto a farti catturare da
questo demente?"
"Io... Ehm... volevo vedere se saresti venuto a salvarmi..."
"La verità."
"Mi hanno mandato una falsa spogliarellista."
"Ehi! Ma tu sei slegato!"
"Zitto e uccidi questo cretino."
Silver tirò fuori l'uzi che la mamma gli regalò per i suoi otto anni.
Si scoprì ad esitare nell'uccidere quel figuro.
"Forza! Sparagli!"
"Zitto o sparo a te!"
"Ma che cavolo ti insegnano in quel bar? Avanti!"
"Ehi! Non sono qui a farmi dare ordini da te!"
Nel frattempo Sion riuscì a riprendere la sua spada..."HAIL SION!" ... e a fare
harakiri di fronte a Silver e Vincent.
Dopo lunghi attimi in cui padre e figlio si scambiarono occhiate stranite, fu
Silver a rompere il silenzio per primo.
"Beh dai, in fondo il risultato è stato lo stesso..."
"...sai che Hail White non suonerebbe affatto male in futuro?"
"Sì, sto cazzo." Meg era appoggiata allo stipite.
"Mamma!"
"Meg!"
"Buongiorno. Vedo che sarei dovuta intervenire io sin dal principio."
"Me la sono cavata egregiamente anche senza di te Meg."
"Come la storia della falsa spogliarellista?"
"CHE LE METTO A FARE LE PARETI INSONORIZZATE!?"
"Per sprecare soldi. Silver vai al bar."
"Ancora?! Ma...!"
"Vai al bar. Ora."
Fine