In mezzo al deserto c’era un tempio. Un tempio in rovina, che risaliva al tempo in cui la gente aveva ancora bisogno di credere in un dio per andare avanti. In mezzo alle macerie e ai pochi rimasugli di pavimento c’era un'altra cosa. Una scala. La scala portava in una stanza, bianca, con pittura fresca e aria condizionata, totalmente in contrasto con ciò che si vedeva all’esterno. In quella stanza, sedute attorno a un tavolo, stavano quattro uomini in giacca e cravatta dall’aria impaziente.
“È sempre l’ultimo ad arrivare. Dobbiamo per forza aspettarlo ogni volta per cominciare le riunioni?” disse uno degli uomini, poggiato sul tavolo con i gomiti mentre continuava a girarsi i pollici in maniera nervosa.
“Rilassati Eric” rispose un secondo uomo, sdraiato completamente sulla sua sedia da ufficio, con un piede poggiato sul tavolo. “Nessuno di noi, qui, ha niente di meglio da fare. E poi è una tradizione secolare, le riunioni non possono cominciare se i frammenti non sono tutti presenti nella stessa stanza.”
“C’era una volta in cui eravamo in dodici.”
“C’era una volta in cui andavamo in giro a cavallo, le cose cambiano. Adesso rilassati, sono sicuro che Bob sta per arrivare.”
In quello stesso istante, un uomo, vestito in nero come gli altri quattro, cominciò a scendere la scala a pioli. Uno dei seduti cominciò a scuotere quello accanto a lui, nel pieno di un pisolino. L’ultimo arrivato, una volta toccata terra, si accorse che gli sguardi degli altri erano tutti su di lui. Fu il secondo uomo, che rispondeva al nome di Marco, a prendere la parola.
“Sei di nuovo in ritardo.”
“Scherzi? Sono in anticipo di un quarto d’ora!”
“Ti aspettavamo per le quattro.”
“Davvero? Sull’agenda avevo scritto quattro e mezza.”
Bob raccattò l’ultima sedia rimasta e la poggiò a capotavola, sedendocisi sopra in maniera scomposta.
“Allora, chi dobbiamo ammazzare oggi?”
Xed51 presenta:
10/09/08
“Non ammazziamo nessuno oggi, dobbiamo discutere di un'altra faccenda.”
Bob fece una smorfia di contrarietà e si buttò sullo schienale della sedia, deluso dal mancato spargimento di sangue.
“Che altro c’è di importante?”
Marco prese in mano dei fogli, con l’atteggiamento di chi analizza delle carte importanti. Eric, di fianco a lui, notò che in realtà era il giornale della settimana passata.
“Alla chiesa di Yevon della periferia di Arcadia, la settimana scorsa, è arrivato un ragazzo.”
“Wow” rispose Bob “non so proprio come cazzo ho fatto a dormire stanotte senza saperlo.”
“Se tu leggessi i giornali ogni tanto sapresti perché è importante. Il ragazzo è arrivato lì in condizioni critiche. Il prete l’ha preso, l’ha rimesso a nuovo e ora lo porta in giro a fare il suo spettacolo di magia.”
“Che vuol dire?”
“Vuol dire, sposta la roba con la mente, guarisce i malati, cose così. Dicono che si tratti del figlio di Yevon apparso tempo fa dall’altra parte dell’oceano.”
“Ma non era sparito qualcosa come vent’anni fa?”
“Più o meno. Dicono che non invecchi.”
“Ok, uh, in che modo ci riguarda questo? A noi cosa cambia se hanno un cristo in miniatura?”
Marco girò la testa verso Eric, poi verso i quattro uomini seduti di fronte a lui, e infine di nuovo verso Bob.
“Una volta eravamo in dodici. Sai perché siamo rimasti in cinque?”
“Sì. Perché nessuno ha più i coglioni da tirare su i loro figli come i nostri padri hanno fatto con noi.”
“No. Perché siamo rimasti troppo tempo nell’ombra. Siamo diventati un gruppo chiuso, non abbiamo neanche la possibilità di reclutare nuove leve perché non vediamo nessuno. Tutto quello che facciamo è venire qui e fare riunioni inutili su chi ammazzare per destabilizzare l’equilibrio politico del paese. Dimmi un po’, quante persone abbiamo ammazzato fin’ora?”
“Nove.”
“Nove. Nove persone tra le più importanti fra la criminalità, le industrie, la stampa, la televisione, e che cosa è cambiato?”
“Dimmelo tu, prof.”
“Niente. C’è ancora un Re, neanche fossimo nel dodicesimo secolo, che sta bello comodo a casa sua a dire al paese in che direzione andare. E se ne frega della gente che ammazziamo.”
Bob sorrise eccitato.
“Stai dicendo che dovremmo ammazzare il Re?”
“Sto dicendo…” sospirò, stropicciandosi gli occhi con una mano “Sto dicendo che siamo troppo deboli. Che siamo troppo pochi e troppo poco influenti. A prescindere se il ragazzo è vero o meno, gli yevoniti attirano gente. Le loro chiese sono piene di idioti che comincerebbero domani una guerra santa se glielo chiedesse il loro parroco. Sto dicendo che forse restare nell’ombra non è stata la strategia giusta. E che forse il nostro nemico non è il governo.”
“Diamogliela noi una bella guerra santa allora. Non ci vuole niente a piazzare due bombe dentro una chiesa. Se abbiamo fortuna potrebbe anche essere piena di chierichetti a quell’ora.”
“Non essere precipitoso. La prima cosa da fare è raccogliere informazioni. Dobbiamo scoprire se il ragazzo ha davvero qualche potere o se c’è lo zampino di Steven Spielberg nei suoi show.”
“Che proponi di fare allora?”
“Mandiamo qualcuno a vedere alla chiesa.”
“D’accordo. Mandiamoci Eric.”
Eric sobbalzò. “Perché io?”
“Perché sei un capellone, biondo e carino che fa bollire il sangue alle vecchiette. E sei l’unico qui dentro che non sembra un serial killer.” Rispose Bob.
Marco gli poggiò una mano sulla spalla. “Non devi fare niente, devi solo andare lì, presentarti come uno di noi e chiedere informazioni sul ragazzo. Non c’è bisogno di andare sotto copertura, è più rischioso se lo facessi e ti scoprissero, visto che ufficialmente siamo in buoni rapporti con la chiesa di Yevon. Devi solo andare lì e chiedere informazioni. Ce la puoi fare?”
“Certo.” Rispose Eric. “Non ho tredici anni.”
“Non penso ci sia neanche bisogno di metterlo ai voti allora.” Disse Bob. “È deciso.”
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“Non dovresti essere qui.” Disse Dominique, poggiando il suo bicchiere affianco alla bottiglia di Vodka sul tavolo.
“Casa tua era l’unico posto in cui potevo avere un attimo di tregua.” Rispose Caroline, mentre gli riempiva di nuovo il bicchiere.
“Come hai fatto a scatenare tutto questo casino?”
“Ho rubato dei soldi.”
“A chi?”
Caroline esitò.
“A Mr. P.”
Dominique rimase stordito per un paio di secondi. Si stropicciò gli occhi, sospirò e si alzò in piedi. Guardò Caroline negli occhi, dopodiché diede un calcio alla sedia, spedendola dall’altra parte della stanza, e poggiò con forza tutte e due le mani sul tavolo.
“Perché hai rubato quei soldi.”
“Perché volevo andarmene.”
“Perché volevi andartene, allora.”
“Perché ero stanca.”
Dominique sospirò di nuovo, andò a riprendere la sedia, la poggiò di nuovo di fronte al tavolo e si sedette di fronte a Caroline.
“Spiegami tutto.”
“Lavoravo per Mr. P.”
“Ah, porca…!” Dominique si alzò di nuovo, fece per tirare un altro calcio alla sedia, ma dopo un attimo di riflessione decise di rimettersi seduto.
“Continua.”
Caroline sospirò. “Ho lavorato per Mr. P per otto mesi. Mi hanno messo in coppia con Elvis, quando il suo compare è andato in prigione.”
“Elvis… il cantante?”
“Sì, il cantante.”
“Beh, Cristo, potevi anche dirmelo.”
Caroline sorrise. “Scherzi? Io ho scoperto solo la settimana scorsa che cosa facevi con tua sorella!”
Dominique puntò il dito verso di lei. “Non tirare in ballo mia sorella.”
“Va bene.”
“Dico sul serio, non tirare in ballo mia sorella. Era tutta la mia famiglia e non sono neanche due anni che l’ho sepolta.”
“Ok, ok, scusami.”
“Che lavoro facevi?”
“Un po’ di tutto.”
“E guadagnavi bene?”
“Beh, non male.”
“Allora vuoi dirmi che cazzo di bisogno avevi di scappare?”
“Hai presente Selene?”
Dominique si sdraiò sullo schienale. “Selene chi?”
“Non è una persona, parlo dell’organizzazione rivoluzionaria che stava ad Arcadia.”
“Ahh, quella Selene! È chiaro che non ci ho pensato, si parla di vent’anni fa. Hanno fatto tanto casino ma non sono mai riusciti a fare nulla.”
“Non è vero. Hai presente Vincent Vargas?”
“Sì beh l’imbecille che ha riportato la monarchia e tutte quelle altre cazzate. Ho sempre creduto fosse inglese o una cosa del genere.”
“Era il capo di Selene, ha ammazzato lui suo fratello.”
“Ah.”
“Ti sto dicendo questo perché…”
“No, no, aspetta, mi stai dicendo che il presidente aveva un fratello malvagio che l’ha ucciso, l’ha fatta franca e ha governato vent’anni diventando anche un dittatore?”
“Sì.”
“Beh è la più grossa stronzata che sento da quando dio creò Adamo.”
“È vero.”
“Non sto dicendo che non è vero, sto dicendo che è una stronzata. Insomma, suo fratello! Sembra un film di Uwe Boll. In ogni caso, che c’entra Selene con noi due?”
“Io ero dentro Selene, all’epoca.”
“Tu? Ma eri…”
“Una bambina.” Caroline si alzò in piedi, coprendosi gli occhi con una mano.
“Ero una bambina e avevo già ucciso delle persone. Non ce la faccio più a fare questa vita, Dominique.”
Dominique si alzò a sua volta, andò da Caroline e la abbracciò dolcemente da dietro.
“Potevi parlarne con me.”
Caroline tirò su col naso. “Con te? Credevo che non dirci nulla fosse la prima regola.”
Entrambi sobbalzarono per il rumore di passi che veniva dalle scale.
Caroline si girò di scatto, guardando Dominique negli occhi. Questi la spinse via.
“Scappa.”
“Non fare il cretino Dominique, vieni…”
“Ho un fucile sotto il tavolo e altre armi nascoste in camera, ti coprirò la fuga. Questo attico è una fortezza.”
Si guardarono per qualche secondo, imbarazzati.
“Non muoio per te, Caroline.”
“Lo so, ma stai attento.”
“Ti amo.”
Mentre in lontananza cercavano di sfondare la porta, i due si scambiarono un bacio. Un bacio freddo, senza passione. Un bacio d’addio.
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Un altro tavolo, in una piccola sede di partito, vedeva discutere animatamente tre uomini.
“Hai sentito il suo discorso di stamattina?”
“Da pazzi! Non sentivo tante cazzate tutte insieme dai tempi del quinquennio! Quel tipo proponeva di barattare una dittatura per un'altra, è ridicolo che gli abbiano permesso di parlare in pubblico.”
“Come si chiamava il tipo?”
“Ivan.”
“Bravo, Ivan. È un deficiente.”
Un quarto uomo, interrompendo la discussione degli altri tre, entrò nella sala, rimanendo vicino alla porta.
“Sta venendo qui.”
“Eh?”
“È qui davanti. Punta proprio verso di noi.”
“James, sei sicuro che sia lui?”
James si affacciò dalla porta.
“È lui, è impossibile da confondere. Chiudo la porta?”
“No.” Disse uno dei tre uomini, alzandosi in piedi. “Sentiamo che cazzo vuole.”
“Come vuoi tu, Marcus.”
In pochi secondi, il tanto chiacchierato Ivan attraversò la porta aperta della sede. James accennò un inchino, ma lui non gli prestò attenzione. Si diresse direttamente al tavolo dove si trovavano i tre interlocutori, prese la sedia da cui si era alzato Marcus e ci si sedette sopra.
“Chi di voi pagliacci qui dentro è il capo?”
Il volto di Marcus si fece stizzito. “Nessuno, qui decidiamo tutto quanto insieme.”
Ivan cominciò a ridere di gusto. “Bello! Non fraintendermi, dico sul serio, apprezzo molto questo buonismo idiota. Seconda domanda: da quanto tempo quelli del vostro partito non vanno al potere?”
James alzò di botto lo sguardo verso Marcus. Marcus improvvisò un paio di colpi di tosse, mentre gli altri due cadevano preda di misteriosi attacchi d’asma.
“Ok, ho capito. Non ho tempo da perdere quindi vi spiego come stanno le cose. Voi fate pena. Né voi, né i vostri padri, né i vostri nonni sono mai riusciti a combinare nulla. Io vi offro la possibilità di cambiare un po’ le carte in tavola.”
James cominciò ad avvicinarsi minacciosamente ad Ivan, ma Marcus andò verso di lui e lo bloccò con un braccio. Ivan si alzò a sua volta e li guardò sorridendo.
“Vi faccio una proposta. Posso finanziare io il vostro partito. Sono miliardario, non ho problemi di soldi. Ma in cambio…”
James riuscì a divincolarsi, raggiunse Ivan e lo prese per il collo con una mano.
“Ti spiego come funzionano le cose qui.”
“No.” Rispose Ivan, sempre sorridendo. “Ti spiego come funzionano le cose qui da domani.”
Con una mano gli infilò un biglietto in tasca. “Questo è il mio numero. Se state con me, tra un mese ci saremo noi dentro la White House. Altrimenti continuate pure a consegnare volantini o qualsiasi altra attività costruttiva abbiate in mente.”
Marcus si avvicinò a James e gli poggiò una mano sulla spalla. Questi allentò la presa su Ivan, che si rassettò i vestiti e si diresse fuori dalla sede del partito comunista di Arcadia.