Cominciò tutto in una notte di pioggia. La donna era chiusa nel suo impermeabile, e aspettava il suo contatto sotto una tettoia per evitare di bagnarsi. Bionda, occhi verdi, circondata da quella bellezza particolare propria di una donna che ha vissuto di tutto. Un uomo arrivò in pochi minuti, anche lui in impermeabile. Lo teneva alto, per ripararsi da occhi indiscreti oltre che dalla pioggia. Si avvicinò a lei, assicurandosi che nessuno potesse sentire le loro parole, ben coperte dalla pioggia.

“Mi dispiace. Hanno scoperto quello che hai fatto.”

“Quindi?”

“Quindi entro domattina chiunque a Domino City abbia una pistola ti sarà alle costole.”

“Che posso fare per salvarmi?”

L’uomo non rispose. Portò un braccio sulla spalla della ragazza, la spinse a sé e l’abbracciò, sussurrandole all’orecchio.

“Mi dispiace.”

La lasciò andare. Si fermò per un attimo a guardare il suo bel viso, dopodiché sparì di nuovo nella pioggia.

Caroline si poggiò al muro, e coprendosi la faccia con le mani cominciò a piangere in silenzio.

 

Xed51 presenta:

A Clockwork Orange

11/07/08

 

Silver era seduto pigramente dietro una scrivania, in una stanza totalmente bianca, nei sotterranei di quella che una volta era la White House. Di fronte a lui, affiancato da due corpulenti uomini in abito scuro, giaceva in ginocchio un ragazzo dai lunghi capelli color cenere e i vestiti terribilmente sgualciti. Puntava il suo sguardo nel vuoto, come se il suo cervello fosse spento da mesi.

Silver cominciò a reggersi svogliatamente la testa mentre lo scrutava.

“Chi è questo?”

Uno degli uomini in nero rispose.

“Non lo sappiamo. Nessuno di noi due era ancora in servizio quando l’hanno portato qui.”

“È solo un ragazzo, sembra più giovane di me. Sapete almeno da quanto tempo è qui?”

“A dirla tutta, signore, sembra che si trovi qui da quando lei aveva 8 anni.”

“E come è sopravvissuto tutto questo tempo? Non c’è cibo qui, e morto mio padre nessuno è più venuto a controllare prima di oggi.”

“Non sappiamo che dirle, signore.”

Silver si abbandonò sullo schienale della sedia. Da quando era diventato re, aveva impiegato tutto il suo tempo nello studiare qualsiasi progetto, iniziativa o segreto suo padre avesse lasciato in sospeso. Tutto ciò che aveva trovato era l’eredità più torbida e scomoda che si potesse sperare. Tra le altre cose, scoprì come era morto suo zio, e scoprì anche di avere qualche cugino illegittimo dalle parti di Domino City, ma la cosa non l’aveva interessato più di tanto. Era più incuriosito dal ragazzo che si trovava di fronte a lui. Perché suo padre l’aveva fatto rinchiudere in un posto del genere per tutti questi anni?

Il filo dei suoi pensieri venne interrotto quasi subito. Il ragazzo cominciò ad alzare timidamente la testa, guardando Silver dritto in faccia. L’uomo alla sua destra gli poggiò una mano sulla spalla, con l’intento di bloccarlo.

“Ehi tu, cosa stai…”

Non fece in tempo a concludere la frase che venne investito da una violenta scossa elettrica, che lo mandò a terra con un grido. D’istinto, l’altro uomo cercò di tramortire il ragazzo con un calcio, ma venne sbalzato al muro dal nulla prima che potesse colpirlo. In una frazione di secondo, proprio mentre Silver cominciava ad alzarsi, il ragazzo si alzò in piedi e saltò sopra la scrivania in una posizione innaturale.

L’ultima cosa che Silver vide prima di svenire erano gli occhi del ragazzo; rossi, arrabbiati, pieni di odio.

 

 

“Sire, sire!”

Venne svegliato un ora e mezza più tardi da tre ragazzi della White Guard, scesi nel sotterraneo per controllare che fine avesse fatto il loro re. Trovarono lui e i suoi due agenti svenuti e inermi, ma del ragazzo che li aveva attaccati non c’era nessuna traccia.

“Sire! Cos’è successo qui?”

Silver era sdraiato a terra in modo scomposto, poggiato sopra lo schienale della sedia rovesciata anch’essa sul pavimento. Cominciò lentamente ad alzarsi e a rimettere a posto la sedia, mentre si spolverava il vestito con una mano.

“Non è successo niente.”

 

---

 

Caroline si rifugiò in un bar per riflettere sulle sue prossime azioni. Non appena chiuse la porta alle sue spalle, si rese conto che tutti i reietti umani seduti ai tavoli avevano cominciato a fissarla. E non era di sicuro  per il fatto che era completamente fradicia.

Si tolse l’impermeabile zuppo e lo poggiò sull’attaccapanni, dopodiché si avvicinò al bancone e si sedette su uno sgabello. Il barista, un uomo corpulento con una folta barba si avvicinò a lei.

“Che ti porto, Caroline?”

“Qualsiasi cosa abbia un minimo contenuto alcolico. Non ti disturba avermi qui?”

“Figurati, succeda quel che succeda, qui sarai sempre a casa tua. E poi anche se non sembra sono in molti a parteggiare per te.”

Caroline sorrise. Il barista le poggiò davanti un bicchiere pieno di whisky, che rimase vuoto in meno di un secondo.

“Cosa hai intenzione di fare adesso?”

La ragazza fece una lunga pausa prima di rispondere, guardando il suo bicchiere.

“Non lo so. Chiederò una mano al mio ragazzo.”

“Lo sfigato?”

“… si, lo sfigato.”

“Sei sicura che non ti venderà?”
Caroline sospirò.

“Non lo farà. Mi ama.”

Il rumore delle porte del bar zittì entrambi. Il loro sguardo cadde sui tre uomini appena entrati.

Con le pistole in mano.

Brutto segno.

“Ci hanno messo poco. Forse è ora che vai, Caroline.”

Caroline sorrise.

“Perché? Mi ci voleva un po’ di moto.”

 

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Il ragazzo, una volta scappato dal sotterraneo, cominciò a girare per la città spaesato.

La cosa bella delle grandi città è che nessuno fa caso a un capellone che gira per la strada reggendosi appena in piedi. Questa era la situazione in cui versava il giovane. Era debole, gli girava la testa e non aveva idea di dove stava andando. Certo, questa era la situazione normale di un qualsiasi adolescente, ma lui era molto più vecchio di quanto poteva sembrare.

Dopo mezz’ora di vagabondaggio, si poggiò ad un muro e cominciò ad ansimare, esausto. Se non avesse avuto la vista appannata, si sarebbe reso conto di quanto sangue stava sputando a terra.

Camminò rasente al muro ancora per qualche passo, prima di rendersi conto di dov’era poggiato:

Era il muro di una chiesa.

Il ragazzo sorrise. “È bello vedere che certe cose non cambiano mai.”, pensò.

Si trascinò ancora per qualche metro, per poi gettarsi addosso al portone di legno della chiesa, aprendolo. Non fece neanche in tempo a sbattere la faccia sul pavimento prima di svenire.

La chiesa, in quel momento, era semivuota. Gli unici presenti erano il prete e un ragazzo in confessione, che si sentì profondamente rassicurato nel sentire quei botti provenire dall’ingresso proprio quando si stava arrivando ai peccati carnali.

Furono loro a prestare i primi soccorsi al ragazzo, pensando immediatamente un senzatetto. Lo sollevarono insieme e lo adagiarono su una delle panche. Il ragazzo cominciò subito a sventolarlo con uno dei libretti per le preghiere. Il prete gli scostò i capelli dalla faccia, per aiutarlo a respirare. Non appena vide il suo volto, però, sbiancò improvvisamente. Si girò da un lato, tossì diverse volte, dopodiché si portò una mano sugli occhi. “Non è lui.”, si disse. “Non può essere lui.”

Si girò di nuovo per guardarlo. Era proprio lui.

“Padre, qualcosa non và?”

Il prete rimase qualche secondo in silenzio, prima di riuscire ad elaborare la domanda.

“Clemence, aiutami a portare questo ragazzo nel retro.”

“Perché?”

“Aiutami.”

Non ribatté. In due sollevarono il ragazzo e lo portarono nel retro della chiesa, dove era allestito un rifugio per senzatetto, o per feriti in tempo di guerra. Lo adagiarono su un letto, dopodiché il prete cominciò a camminare nervosamente per la stanza mettendosi le mani nei capelli.

“Chi è questo ragazzo?”, domandò Clemence.

“Quando l’ho visto per la prima volta avevo la tua età.”, rispose il prete.

“C’era la sua foto sul giornale. Più avanti sarebbe finita su tutti i giornali, ma quando era ancora un fenomeno di paese io già lo conoscevo. Ricordo ancora la prima volta che lessi di lui su quel giornale. Me lo ricordo perché mi colpì molto. Sì, sono passati tanti anni, ma l’ho riconosciuto, eccome se l’ho riconosciuto. È lui, è proprio lui.”

“Lui chi?”

“Il messia.”

 

Continua…