Yevo era seduto su una delle panche a leggere un giornale, dentro la chiesa che lo aveva accolto. Con i capelli tagliati corti ed un vestito elegante, non aveva più nulla del ragazzo sbandato che avevano raccolto sul marciapiede.
Il prete si avvicinò a lui dall’ingresso della chiesa, con cautela.
“Yevo, signore…”
Yevo sorrise. “Non chiamarmi signore, è ridicolo.”
“Yevo allora… ho bisogno di un consiglio…”
Il ragazzo si girò, incrociando lo sguardo del prete.
“Dimmi pure.”
“Credo che Gabriel abbia una relazione carnale con una donna.”
“Come mai me lo chiedi?”
“È sempre molto restio a parlarne in confessionale…”
“Sì, beh, và a letto con la moglie del fornaio.”
“Come hai fatto ha saperlo?! Hai letto la sua mente?”
“No, mi sono guardato in giro, lo sanno tutti.”
“Anche il fornaio!?!”
“Tutti tranne lui.”
“Ah, quel ragazzo! Mi sentirà!”
Il prete cominciò a camminare furiosamente verso la porta, ma Yevo lo interruppe.
“Non mi pare sia l’unico a conoscere la moglie del fornaio.”
Il prete si fermò improvvisamente, e dopo qualche attimo di riflessione si voltò di nuovo verso Yevo.
“Come lo sai, te l’ha detto lei?”
“No, ho letto la tua mente.”
“Stai scherzando?”
“Forse.” Disse Yevo, tornando al suo giornale. “Parliamone dopo, stanno arrivando degli ospiti.”
Il prete rimase sconcertato per qualche secondo, subito prima di udire bussare alla porta della chiesa. Aprendo la porta si trovò di fronte ad un ragazzo in giacca e cravatta, di bell’aspetto e con dei lunghi capelli biondi.
“Salve, mi chiamo Eric, vengo per conto degli adoratori di Dormin, vorrei farvi alcune domande sul vostro ragazzo meraviglia.”
Xed51 Presenta:
What child is this?
16/09/08
Il prete rimase impalato per qualche secondo sulla porta.
“Posso entrare?” Insisté il ragazzo.
“Entra pure!” Rispose Yevo, gridando dalla sala. Il prete si scansò, e Eric andò in contro a Yevo a fianco alla panca.
“Sei tu il ragazzo di cui parlano i giornali, giusto?”
“Già. E tu cosa saresti di preciso, la concorrenza?” Rispose Yevo, senza togliere gli occhi dal suo giornale.
“Beh, più o meno.” Sorrise il ragazzo. “Posso sedermi?”
“È una chiesa, non te lo vieta nessuno.”
Eric si sedette a fianco di Yevo.
“Come ti chiami, ragazzo?”
“Yevo, lo sai già.”
“Sì ma, Yevo e poi?”
“Yevo e basta.”
“Va bene… quanti anni hai?”
“Ho perso il conto.”
“Non sembri molto vecchio.”
“Le apparenze ingannano. Prendiamo te ad esempio.” Yevo si poggiò finalmente il giornale sulle ginocchia e si girò verso Eric per guardarlo negli occhi. Questi cominciò a sentire uno strano ronzio in testa. “Non dimostri affatto più trent’anni.”
Eric cominciò a massaggiarsi una tempia. “Eh? Come fai a saperlo?”
“Oh, so molte cose di te. So che sei entrato in quel circolo di pazzi perché tuo padre era uno di loro e non ti sei mai sentito veramente alla sua altezza, so che sei venuto qui per scoprire se sono un’eventuale minaccia o meno, so anche che non credi affatto che quello che faccio sia vero.”
“Sì, beh, non avresti un aspirina? Ho un mal di testa assassino.”
“Scusami, è colpa mia, la smetto subito.”
Eric tirò un respiro di sollievo, mentre il ronzio scompariva dalla sua testa.
“Oh.” Disse Yevo, sorpreso. “Ho visto che amavi una donna che ora è morta. Mi dispiace.”
“Non ti preoccupare. Niente dura in eterno.”
Yevo rimase immobile per qualche secondo. “Devo ammettere che mi hai sorpreso, Eric.”
“Cioè?”
“Insomma, chiunque sarebbe scappato urlando o si sarebbe arrabbiato per quello che ho fatto prima, ma tu sei rimasto qui senza muovere ciglio.”
“Ho visto di peggio, ci vuole ben altro per darmi fastidio.”
“Non leggerò più nella tua testa, allora.”
“Non è importante.” Eric si alzò. “Adesso so che sei un mago, e non un prestigiatore. E posso andarlo a raccontare ai miei amici del circolo dei pazzi.”
Yevo accennò una risata. “Non sono nessuno dei due.”
“Hai ragione. È più giusto chiamarti scherzo della natura. O mostro. Arrivederci.”
“A presto.” Rispose Yevo, mentre Eric usciva dalla chiesa. Una volta chiusosi il portone, il prete scosse la testa, come se si fosse appena svegliato, e si avvicinò di nuovo a Yevo.
“Cosa mi stava dicendo a proposito degli ospiti?”
“Niente, amico mio. Puoi farmi del tè?”
“Ah… certo…”
“Qualcosa non và?”
“Niente, il mio orologio và qualche minuto avanti, devo farlo regolare.”
“Se esci porta un ombrello, c’è una tempesta in arrivo.”
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“No.”
“Non è una brutta offerta James, dobbiamo almeno prenderla in considerazione.”
“No, non dobbiamo.”
“Marcus ha ragione, James. Quel tipo non ha tutti i torti. Cosa abbiamo combinato da soli in tutti questi anni?”
“Al, quel tipo è un miliardario fascista e pazzo, e non ho intenzione di trattare con lui.”
“Prova a ragionare, noi saremo sempre la maggioranza, quando si metteranno ai voti le decisioni saremo sempre noi ad averla vinta, e abbiamo bisogno dei suoi soldi per dio!”
“Prova tu a ragionare, se diamo retta a lui, nessuna decisione si metterà più ai voti. Saremo suoi dipendenti. Se siete con lui, io me ne vado.”
Cadde il silenzio nella sede del partito comunista di Arcadia.
Marcus poggiò amichevolmente una mano sulla spalla di James.
“James, stammi a sentire. Noi non vogliamo andare avanti senza di te. Ma non possiamo andare avanti senza quei soldi.”
“Una volta pensavamo al bene comune.”
“Per pensare al bene comune bisogna essere al potere, e per stare al potere bisogna scendere a patti.”
“Io non sono mai sceso a patti con nessuno.”
James si alzò dal tavolo dove stavano discutendo e si avviò verso la porta. Uscì dalla sede, senza badare ai richiami di Marcus e gli altri membri.
“Che facciamo quindi?” Chiese uno dei membri.
“C’è da chiederlo?” Rispose Marcus. “Chiamate Ivan. Ditegli che accettiamo.”
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“Sei un idiota, Dominique.”
Caroline era tornata all’entrata dell’edificio, grazie a un’uscita d’emergenza nell’attico di Dominique, e ora stava correndo verso la strada.
“Sei un idiota. Nessuno si ama.”
Si fermò per un attimo davanti al furgone, pensando se usarlo o meno per la fuga. Vedendo che tre uomini armati di fucile a pompa avevano superato il portone e si stavano dirigendo verso di lei, ricominciò a correre verso la strada. Un auto frenò di colpo per non investirla. Gettò uno sguardo sul conducente: uno strano tipo coi capelli rossi. Resasi conto che gli scagnozzi stavano per raggiungerla, tirò fuori la pistola e la puntò contro di lui.
“Fammi salire.”
“Ma…”
“Fammi salire!”
Aprì di colpo la portiera e si gettò nello spazio fra i sedili anteriori e i posteriori.
“Guida!”
Un colpo di fucile raggiunse l’auto, rompendo il vetro a fianco del guidatore. Questi non si fece ripetere il comando e lanciò l’auto al massimo della velocità che poteva raggiungere in quella situazione. Mentre si allontanavano, udirono altri due colpi di fucile, ma nessuno dei due colpì la macchina. Quando il palazzo non era più in vista, Caroline uscì dal suo nascondiglio e si sedette fianco del conducente.
“Scusa se ti ho fatto correre via così. Mi stavano seguendo.”
“Non fa niente.” Rispose. “Ci sono abituato, vivo qui.”
“Come ti chiami?”
“Dexter.”
“Posso fidarmi di te, Dexter?”
“Beh, se ti rispondessi di no probabilmente mi spareresti e prenderesti la macchina, quindi direi che, sì, puoi fidarti ciecamente.”
“Bravo.”
“E tu?”
“Io cosa?”
“Come ti chiami?”
“Caroline.”
“Ok, come ti chiami veramente?”
Caroline accennò una risata. “Come fai a sapere che non è il mio vero nome?”
“Io capisco sempre quando una persona mente. È un talento che ho da quando ero bambino.”
“Dev’essere molto comodo, vivendo da queste parti.”
“Già, ma non mi hai risposto.”
“Né ho intenzione di farlo.”
Dexter sorrise. “Dove vuoi che ti porto?”
“Alla stazione.”
“Dove vai?”
“Ad Arcadia. Devo incontrare una persona che mi deve un sacco di favori.”
“Alla capitale? Non ci sono mai stato.”
“Non è molto meglio di qui, te l’assicuro.”
“Ah no? Avrei sempre voluto andarci. Sei sposata, Caroline?”
“Sposata? No, certo che no.”
“E sei innamorata?”
La ragazza rimase in silenzio per qualche secondo.
“Sì.”
“Da quanto?”
Caroline sorrise. “Mezz’ora, più o meno.”
Dexter si portò una mano al volto, sospirando. “Peccato, le migliori sono sempre già prese.”
La macchina rallentò fino a fermarsi.
“Che c’è, vuoi farmi scendere perché sono già impegnata?”
“No, siamo arrivati.”
Caroline guardò dal finestrino, si rese conto che erano di fronte all’ingresso della stazione e fece per scendere dall’auto.
“Aspetta!” Le disse Dexter, trattenendola per un braccio. “Quei tipi che ti seguivano… non avranno mandato gente anche qui?”
“Dexter, parli dei gangster come se avessero un cervello. Non preoccuparti.”
“Sarà, ma ti accompagno dentro.”
“Come sei galante.”
Entrambi scesero dall’auto ed entrarono nella stazione, dirigendosi verso la biglietteria.
“Buonasera.” Esordì Caroline.
“Buonasera.” Rispose la donna dietro il banco. “Dove si và?”
“Arcadia.”
“Siete fortunati, l’ultimo treno parte tra cinque minuti. Due biglietti?”
Caroline si voltò verso Dexter.
“No.” Rispose lui. “No, un biglietto solo per favore.”
“Come volete…” La donna allungò il biglietto a Caroline.
“Si sbrighi, il treno partirà tra poco.”
I due si recarono presso la rotaia, dove il treno stava per partire. Caroline entrò nel vagone, voltandosi poi per salutare Dexter.
“Grazie di avermi accompagnata qui.”
“Figurati, non succede tutti i giorni che una bella donna come te mi salti in macchina.”
Le porte scorrevoli si chiusero fra i due. Dexter poggiò una mano sul vetro che li divideva.
“È stato bello conoscerti, Caroline.”
Anche Caroline poggiò la mano sul vetro, nello stesso punto di Dexter.
“Anche per me è stato bello.”
Il treno cominciò ad avanzare lentamente, ed entrambi abbassarono le mani. Dexter continuò a seguirla con lo sguardo, mentre si allontanava. Giurò di averla vista piangere.