“Suvvia, Signor Mida, non sia ridicolo. Cerchi almeno di morire con dignità.”
“Qualsiasi cifra ti paghino io la raddoppio! Te lo assicuro, stai rinunciando a una fortuna!”
“Siamo seri, i suoi creditori mi avrebbero pagata così tanto per farla fuori se avesse il briciolo di un centesimo? Le sto offrendo una vasta scelta: la mia paga non verrà influenzata da questo, posso ucciderla qui con un colpo di pistola e senza sofferenze, o posso portarla vivo dai miei capi dove passerà il resto della sua breve vita fra agonie e tormenti.”
Mr. Mida, quello che un tempo poteva essere definito uno dei padroni segreti del mondo, guardò la killer assoldata per ucciderlo:
Alta, bionda, troppo bella per quel lavoro.
Distolse la vista da lei per guardare una foto che teneva sulla scrivania.
“Lo sai, mia figlia ha più o meno la tua età.”
Elena sembrò piuttosto irritata.
“Senti, grandissima testa di cazzo, io sono stata pagata lautamente e in anticipo per farti fuori. In un atto di infinita magnanimità, ti ho chiesto cosa preferisci fra una morte rapida e una lenta agonia, ma se non rispondi entro due minuti giuro davanti a dio che non esiterò un attimo a portarti lì e a torturarti io stessa.”
“Puoi fare in modo che mia figlia non venga toccata?”
“Posso fare in modo che Gesù Cristo scenda di nuovo in terra se lo voglio.”
“Allora fai quello per cui ti hanno pagata, avanti.”
Elena puntò la pistola addosso al suo bersaglio e sparò due colpi.
Il corpo di Mida saltò all’indietro sulla sedia, per poi ricadere di peso sulla scrivania.
Due colpi e un altro lavoro era finito bene. Uscì dalla stanza con la massima tranquillità, trovando suo fratello ad attenderla.
“Come mai così gentile oggi?”
“Ero curiosa di sapere che cosa avrebbe scelto. E comunque fai poco lo stronzo Dominique, o tempo dieci minuti sei a fargli compagnia.”
“Che tipa decisa.”
“Vaffanculo. Qualcuno è sopravvissuto all’assalto del palazzo?”
“Qualche guardia è stata soltanto ferita, inoltre abbiamo catturato una lontana parente del soggetto, una cugina credo.”
“L’avete portata nel furgone?”
“L’abbiamo portata nel furgone, come sempre.”
“Ce l’hai un cazzo di dossier? Ho voglia di rilassarmi un po’, questa irruzione è stata fin troppo pesante.”
“Ecco il dossier, Elena… solo…”
“Solo cosa?”
“Solo cerca di lasciarla viva stavolta.”
“Non è colpa mia se muoiono così facilmente.”
“Con due mani sul collo tutti muoiono facilmente.”
“Vuoi prendere il suo posto?”
“Vacci piano con lei. Ha dei bambini.”
“Prepara un sacco per cadaveri e torna domani mattina. Per stasera accampatevi nel palazzo, ho fretta.”
Xed51 presenta:
27/01/08
Il gruppo di mercenari ripulì dai cadaveri l’ex tenuta estiva dei Mida stabilendo lì un accampamento per la notte; Elena nel frattempo si avviò verso il suo furgone, dove aveva fatto portare, come sempre, una sopravvissuta alle sparatorie. Quella volta era toccato a quella povera disgraziata di Maria, che quel giorno aveva fatto due gravissimi sbagli: il primo era stato trovarsi a casa di suo cugino al momento dell’irruzione, il secondo rimanere in vita. E ora a causa di questi due madornali errori giaceva nel freddo retro di un camper, con mani e piedi bloccati dal nastro da pacchi.
Una volta entrata, Elena notò con piacere che non era svenuta, così prese in mano il suo fascicolo e cominciò a leggerlo ad alta voce.
“Maria Everwood, quarantacinque anni, sposata, quattro figli, nata in Arcadia il venticinque gennaio 20xx, attualmente residente in Arcadia, impiegata, cugina di secondo grado di Hector Mida. Quattro figli? Ti piaceva molto farti sbattere da tuo marito vero? Com’è che si chiama il vedovo… Spike, giusto?”
Maria non rispose. Rimase in silenzio, nel suo angolino, ad ascoltare le minacce della sua carceriera.
“Dicevamo… madre di quattro figli: Peter, Alan, Lance… Vincent? ‘God save the king’ eh? Da quelle parti vi pagano per chiamare i neonati col nome del presidente?”
“Era il nome di mio padre.” Rispose finalmente. “E non provare a toccare i miei bambini.”
Nel vederla così minacciosa Elena sorrise diabolicamente alla sua prigioniera.
“Oh, ma io non ho alcuna intenzione di fare del male ai tuoi figli. Né a tuo marito se è per questo. Sto solo cercando di elencarti quello che perderai da oggi, perché, vedi, tu non uscirai mai più da questo furgone. Ora io ti farò del male e poi ti ucciderò, lentamente, ufficialmente tu sarai morta in una sparatoria nella villa e il tuo cadavere non sarà mai ritrovato. A quanto mi è dato di capire le uniche persone a cui mancherai sono quella nullità di tuo marito e i tuoi bambini, quindi dubito che potremo avere ripercussioni di qualche genere. Perciò raccomanda l’anima al tuo dio perché ho una gran voglia di divertirmi questa sera.”
Dopo aver gettato in terra il dossier cominciò ad avvicinarsi a Maria. Lei prese a dimenarsi, ma non servì a molto visto che riuscì a bloccarla praticamente subito. Mentre la picchiava, Elena cominciò a cantare una vecchia canzone.
“There’s nothing you can do that can be done, nothing you can sing that can be sung, nothing you can say but you can lear how the play the game… it’s easy…”
“No, ti prego, non farmi questo…”
“All you need is love… all you need is love, love… love is all you need.”
Con una mano le bloccò la mascella, per poi baciarla a forza infilandole la lingua in bocca, mentre muoveva l’altra mano verso il suo intimo. La sua vittima cercò di ribellarsi, ma l’unico risultato che ottenne fu di perdere qualche dente dopo un pugno ben assestato. Elena passò il resto della nottata divertendosi con lei sulle note di all you need is love. Nessuno, quella note, sentì le urla di Maria Everwood, quarantacinque anni, coniugata.
La mattina seguente, Dominique andò nel furgone a recuperare sua sorella gemella e il cadavere che si era lasciata dietro, come ogni volta. La trovò rannicchiata contro una parete del furgone, immersa in un sonno tranquillissimo accanto a ciò che restava della cugina di Hector Mida. Dopo aver dato una rapida occhiata al corpo decise che era ora di svegliare sua sorella.
“Sei la solita troia, Elena.”
“Muori.”
“Le hai staccato un orecchio a morsi, Cristo santo, che cosa ti dice la testa?”
“Senza di me non saresti nessuno, coglione, quindi smettila di lamentarti e dai fuoco a quel cadavere, comincia a puzzare sul serio.”
“Ha anche una gamba rotta… questa volta hai esagerato sul serio.”
“Ti ho detto di dare fuoco a quel cadavere del cazzo, non era un consiglio! Vacci e basta, se non fossi stato mio fratello avresti fatto la sua stessa fine anni fa!”
Dominique si arrese, e come sempre andò a prendere due taniche di benzina per assicurarsi che nessuno scoprisse il ‘vizietto’ di sua sorella. Qualche ora più tardi chiamò a sé il resto della squadra per tornare a Domino City, il posto che chiamavano casa.
Dominique faceva il mercenario da ormai cinque anni. Si era fatto trascinare in quel buisness da Elena, che amava il lavoro e amava ancor di più i compensi, e anche un po’ dalla loro madre, che fin da piccoli li aveva cresciuti in un ambiente di conflitti e guerre fredde. Dopo la sua morte la loro infanzia non fu delle più facili, anche per via dell’assenza del loro padre naturale. O di un qualsiasi altro tipo di padre. Dovettero combattere per cavarsela da soli, e anche se molto probabilmente Elena non era capace di provare sentimenti, questo aveva creato un certo legame fra loro. In parole povere, avevano la guerra nel sangue fin da piccoli, e lavoro migliore di questo per loro non poteva esserci. I compensi poi erano ottimi, difatti lui e Elena vivevano nell’attico migliore della città ed anche i loro collaboratori vivevano nel lusso.
Tuttavia, Elena non avrebbe mai rinunciato al lavoro di mercenaria. Più che un mestiere per lei era un hobby, anche per via della sua stravagante tendenza al sadismo. Sempre per via di questa sua tendenza, nessuno parlava mai in maniera negativa della sua omosessualità. A dire il vero,nessuno ne parlava e basta; chiunque sarebbe stato terrorizzato di incorrere nelle sue ire. L’unico che osava sfidarla era suo fratello, anche se spesso finiva col perdere.
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“Mida è tre metri sotto terra, dovrebbe essere soddisfatto del nostro lavoro o sbaglio?”
Due giorni dopo l’irruzione a casa Mida, l’uomo che l’aveva ordinata telefonò per concertarsi del suo effettivo svolgimento. Elena rimase piuttosto offesa da questa mancanza di fiducia.
“Oh ragazza mia, credimi, sono soddisfattissimo del vostro lavoro. Telefonavo appunto per commissionarvene un altro.”
“Sto ascoltando.”
“Ti arriveranno delle istruzioni via posta, ora ho una visita, devo chiudere la chiamata. A presto.”
Theodor Pasha chiuse la chiamata in fretta e furia, proprio mentre Dominique entrava in stanza.
“Ancora lavoro Elena?”
“Ancora lavoro.”
“Chi è che paga stavolta?”
“Lo stesso dell’ultima volta.”
“Ok… che dobbiamo fare adesso?”
“Non mi ha ancora aggiornato sulla missione, dice che arriveranno delle istruzioni per posta. Ora vattene, ho degli affari da sbrigare.”
“Fino a prova contraria questa è ancora casa mia.”
“Vai da quella troia della tua ragazza o da qualcuno dei tuoi amici sfigati, non può importarmene di meno, devo incontrare una persona.”
“Immagino che genere di persone incontri, Elena.”
“Vattene via!”
Elena andò a cercare la sua rubrica mentre Dominique se ne andava sbattendo la porta. Avrebbe chiamato una ragazza, una delle tante, che l’avrebbe aiutata a passare la serata. E magari stavolta non l’avrebbe nemmeno picchiata, chissà.
Dominique passò due giorni a casa della sua ragazza prima di ricevere una telefonata da sua sorella.
“Sono arrivate le istruzioni. Ti voglio subito qui.”
Non disse altro. Dominique salutò la sua donna e prese in fretta la sua auto. In neanche dieci minuti era di nuovo a casa sua, che ascoltava il programma del loro prossimo attacco per bocca di Elena assieme a tutto il resto del team.
“Voi tutti conoscete il nome del nostro attuale benefattore. Non lo pronuncerò qui, comunque. Si dà il caso che costui sia alquanto infastidito da un piccolo gruppo militare, un branco di idioti che si fa chiamare l’armata d’autunno. Lo so, è un nome stupido. Comunque, il nostro ruolo in questo caso e di prendere in mano le armi e di fare un lago di sangue. Obiezioni? Nessuna?”
“Io ho fame.”
“Ci sono dei panini di là. Vi dicevo… questo gruppo di looney toon è andato a rifugiarsi nella città fantasma vicino al deserto e rimarrà lì solo per un paio di giorni, quindi se non avete nulla in contrario direi di partire subito. Avete questioni urgenti da sbrigare che vi impediscono di partire?”
“Non li trovo, quei panini.”
“Sono in cucina, cerca meglio.”
“Ah eccoli, li ho trovati…”
“Qualcuno, oltre a Ivan, ha delle faccende urgenti da sbrigare?”
Nessuna voce si alzò in risposta, al che Elena decise di andare a prendere il furgone. Sarebbero partiti in cinque, più che sufficienti per eliminare un manipolo di una dozzina di persone. Il gruppo era formato da lei, suo fratello, Ivan (Un esperto di esplosivi obeso e del tutto privo di materia grigia), Jules (un cecchino discreto) e Antoniette (una ragazzina con tanta voglia di sparare).
“Caricate quei fucili sul retro, forza!”
L’armata d’autunno era stata fondata due anni prima da un tale Alejandro Hernandez, un latino americano latitante che aveva ottenuto asilo politico ad Aurora. Praticamente, un fannullone che non aveva mai lavorato dieci minuti in vita sua. Anche insieme al suo gruppo non ha mai fatto troppo rumore; furtarelli, rapine, omicidi su commissione, ma mai nulla di davvero importante. Finché, la settimana prima, decisero di svuotare un magazzino che guarda caso era di proprietà della mafia.
Grosso errore. È quando fai questo genere di errori che mandano noi a prenderti, pensava Elena mentre montava su quel mostro della strada che era il suo furgone. Lo teneva da quando aveva cominciato il lavoro di mercenaria ed era ridotto talmente male da sembrare la Mistery Machine di Scooby Doo. A lei, comunque, piaceva. Questo impediva a chiunque di lamentarsi.
Dominique salì per ultimo sul furgone e si mise seduto in un angolo, col suo mitra in mano, senza dire una parola a nessuno. Erano due giorni che non parlava a sua sorella e non aveva intenzione di farlo ora.
Tirò una bestemmia (e forse anche più d’una) quando sua sorella accese lo stereo.
“Oh, ma andiamo…”
“WILD BOYS!”
never lose it
“WILD BOYS!”
never chose this way
“Ma porca…”
“WILD BO – “
“ZITTI PER DIO!”
La voce di Dominique sovrastò la musica e in un istante tutti quanti smisero di gridare wild boys.
“Stiamo andando a uccidere delle persone, cristo santo, non siamo qui per fare una partita a carte! Non potete mettervi qui e…”
“Scusa” Lo interruppe Elena “In che modo questo ci impedirebbe di ascoltare musica?”
“…”
“WILD BOYS!”
never close your eyes, wild boys always…
“SHINE!”
Dominique rimase in silenzio per tutto il resto del viaggio.
Arrivarono a destinazione dopo un paio d’ore. Appena scesa dal furgone, Elena prese il binocolo e cominciò ad osservare l’armata, accampata nella vecchia città fantasma. (Effettivamente, chiamarla ‘città fantasma’ era esagerato, si trattava di cinque o sei case semidistrutte ormai da parecchi anni.)
“Ci sono due guardie armate alle porte, c’è un cecchino sopra il palazzo più alto e ci sono cinque o sei soldati di fronte alla chiesa. Non ne vedo altri in giro. Andiamo.”
Dopo una rapida analisi del territorio, Elena partì di corsa verso i loro nemici seguita dal resto della squadra.
Le due guardie all’entrata opposero una strenua resistenza.
“Altolà! Identificatevi!”
Non si resero conto della granata che rotolava sotto i loro piedi, mentre puntavano i fucili contro gli intrusi. L’esplosione spedì i loro pezzi in Colombia, mentre i mercenari di Elena avanzavano.
“Forza ragazzi, l’ingresso è nostro!”
Prima
che il cecchino potesse colpirli, ancora coperti dal fumo, entrarono di corsa
nel palazzo e salirono le scale tenendo bene alti i fucili fino a raggiungere il
cecchino. La prima ad assalirlo fu Elena.
”Fermati! Non ti muovere!”
Lui cercò di puntarle in fucile addosso, ma lei in pochi secondi sparì dalla sua vista, portandosi di fianco a lui, e con qualche colpo lo rese disarmato e inerme, con la schiena al muretto che dava sulla strada.
“Come ti chiami?”
“Terence.”
“Da quante persone è formato il vostro gruppo Terence?”
“Dodici… dodici persone.”
“Dove sono gli altri tre?”
“Sono dentro la chiesta, credo… che stiano studiando dei piani, non ne sono sicuro.”
“Un ultima domanda Terence. Sai volare?”
“Eh?”
“Sai volare sì o no?”
“No, non so volare.”
“Impara.”
Un piccolo aiuto ed ecco che Terence, con un urlo agghiacciante, volò giù dal palazzo.
“Pare che dovremo provare un attacco frontale. Ivan, lo sai usare un fucile tu?”
“Credo di si.”
“Tu credi.”
“Si, lo so usare.”
“Bene. Jules, tu appostati qui, ti chiameremo se necessario.”
“Agli ordini.”
“Voi altri seguitemi, andiamo a fargli il culo.”
Al suo ordine tutti esultarono, tranne Dominique, probabilmente ancora arrabbiato con la sorella.
“Jules, quanti ne riesci a vedere dalla tua posizione?”
“Riesco a vederli tutti e sei, Elena.”
“Colpiscine quanti più puoi.”
Elena chiuse la comunicazione di botto e si nascose dietro un palazzo con i suoi compagni.
Jules, dalla sua postazione, si poggiò sul muretto e sparò in direzione dei loro nemici.
Un colpo. Uno dei soldati cadde a terra con un buco in fronte.
Due colpi. Prima che fossero riusciti a capire la situazione, anche un altro era caduto, colpito alla schiena.
Elena riprese in mano la trasmittente e cominciò ad urlare:
“Jules!!! Sei il mio dio! Se becchi anche il terzo giuro su dio che ti faccio un pompino!”
Tre colpi.
Silenzio più assoluto.
“Elena… ecco… l’ho mancato, sono usciti dal mio campo visivo.”
“Allora puoi tornare a farti le seghe, perdente!”
Lei, infuriata, prese a gridare ai loro avversari.
“Ehi, stronzi! Siamo qui! Venite a prendere un pezzo di me!”
Loro, per tutta risposta, cominciarono a sparare coi loro Ak.
“Bella mossa Elena, ora si che abbiamo molte speranze.” La rimproverò Dominique.
“Bravo fratellino, magari dovresti guidarla tu la prossima missione, invece di rompere il cazzo.”
“Non è il momento di litigare questo, Elena. Trovaci una fottuta via d’uscita, sei tu il capo!”
D’improvviso, la pioggia di proiettili verso di loro cessò, lasciando spazio ad
una voce maschile proveniente da un megafono.
”Vi proponiamo una resa! Abbiamo subito perdite da entrambe le fazioni, non
vogliamo che questa battaglia si protragga ancora a lungo!”
A
rispondergli fu Elena.
”Siete voi ad aver subito perdite! Noi siamo ancora qui, e siamo stati pagati
per farvi fuori! Prendete la vostra resa e ficcatevela nel culo!”
“Deficiente…” La apostrofò Dominique.
“Avanti, venite a prendermi!”
Antoniette, da brava idiota, era uscita allo scoperto cominciando a sparare come una pazza verso i loro nemici. Elena, senza ragionare, la riportò al coperto dietro il muro tirandola per un braccio, subito prima che una nuova raffica di proiettili la colpisse.
“Ma sei completamente andata?! Ehi…”
Toccandola, si rese conto di una cosa.
“Tu… sei così fredda…”
“Cosa?”
“Tu… non puoi morire, vero?”
“…”
“Ti credi di essere immortale solo perché hai quella robaccia dentro? Ti faccio vedere io come è facile morire!”
Di colpo, Elena tirò fuori dalla fondina la sua pistola e la puntò alla testa della sua compagna.
“Quanto ti senti forte, adesso, troietta?”
“No, ti prego, Elena…”
*Blam!*
Dominique la raggiunse non appena ebbe ucciso la povera Antoniette, che ora giaceva a terra con la testa immersa in un lago di sangue.
“Ma sei ammattita? A cosa ti è servito ucciderla?”
“Anche nostra madre era come lei.”
“Lo so…”
“Anche nostra madre è morta così.”
“Lo so, Elena, ma non abbiamo tempo per questo.”
*Click*
Un colpo a vuoto. I loro avversari avevano finito le munizioni.
Con un balzo, Elena, Dominique e Ivan uscirono fuori dai loro nascondigli… per trovarsi, subito dopo, sotto tiro dei loro fucili. Istantaneamente, dalla chiesa uscirono tre persone, due uomini e una ragazza.
“Non mi è sembrato troppo difficile ingannarvi, Miss. Helena.”
“Alejandro. La tua fama ti precede. Vedo che nonostante tutto il tempo che hai passato nel nostro paese non riesci ancora a parlare decentemente la nostra lingua.”
“Questo denota la vostra ignoranza Miss. Helena, io sono un poliglotta, parlo cinque diverse varianti dello spagnolo. Ora pregerei lei e sus amigos di gettare in terra le vostre armi, por favor.”
“Come vuoi. Comunque si dice ‘Elena’.”
Buttarono in terra i loro fucili e con un calcio li mandarono verso quello che rimaneva dell’armata.
Nonostante la situazione di pericolo, Elena non riusciva a distogliere lo sguardo dalla ragazza appena uscita dalla chiesa. Malgrado il fatto che fosse disarmata, inerme e che probabilmente stava assistendo ai suoi ultimi minuti di vita, l’unico pensiero che le passava per la mente era la bellezza di quella ragazza. Bassa, minuta, capelli neri come il carbone. Le sembrava quasi una ragazzina.
“Aspettate!”
“Un ultimo desiderio, Miss. Helena?”
“Non potete ucciderci.”
“No? Mi faccia riflettere… voi siete disarmati e impotenti, non indossate giubbini antiproiettile, siete tutti sotto tiro e noi abbiamo dei grossi fucili… Si, possiamo uccidervi.”
“State facendo un grosso errore. Se ci uccidete ora, il pascià vi attaccherà con i suoi uomini migliori, e così indeboliti non avreste scampo.”
Alejandro si rivolse alla giovane donna che Elena stava ammirando.
“Non mi suona benissimo… tu che ne dici, Anastasia?”
“Ha ragione lei, Alejandro. Dobbiamo scendere a patti.”
Che bella voce che ha, pensò Elena.
“Anastasia hai detto?”
“Anastasia Mida. E a quanto pare, lei è la famosa Elena. La sua fama giunge fin qui.”
“Tuo padre una volta mi ha chiesto di proteggerti.”
“Che cosa simpatica, detto dalla sua assassina. Avanti, vieni dentro e trattiamo.”
Alejandro guardò Elena con disprezzo mentre entrava nella chiesa assieme ad Anastasia.
“È stata solo fortuna, señorita, la prossima volta non ti salverai così facilmente.”
Elena non lo sentì nemmeno, tanto era concentrata su Anastasia. C’era qualcosa in quella ragazza che andava oltre la semplice attrazione fisica, anche se non riusciva ad inquadrare bene cosa fosse.
Chiuse le porte della chiesa, Alejandro e i suoi uomini rimasero soli con Dominique e Ivan.
“Allora, señor, come ti chiami?”
“Dominique.”
“Ah, Dominique! Perché non ho mai sentito parlare di te?”
“Perché mia sorella è molto più violenta.”
“E così lei è il fratello di Miss. Helena?”
“Fino a prova contraria…”
“Da quanto tempo è che fa questo lavoro, señor Dominique?”
Spagnolo del cazzo, mi parla come se fossimo buoni amici. Altri cinque minuti con lui e gli spacco la faccia, giuro su dio.
Quasi in risposta ai suoi pensieri, le porte della chiesa si aprirono di nuovo, lasciando uscire una Elena alquanto alterata.
“Dominique? Ivan? A casa.”
“Come?”
“Ce ne torniamo a casa. Forza, andiamo a prendere il furgone.”
Nessuno aprì bocca. Nessuno fece obiezioni. Senza voltarsi indietro si diressero fuori dalla città, verso il loro mezzo. Il viaggio di ritorno per Domino City fu molto più silenzioso del viaggio d’andata, fatta eccezione per gli insulti a Jules, che invece di continuare a coprirli aveva avuto la brillante idea di andare a cercare da bere nel furgone.
---
“Esci anche stasera, Elena?”
“Sembra proprio di si.”
“Era proprio necessario comprare quel vestito da ventimila dollari?”
“Si, era proprio necessario.”
“Elena?”
“Si?”
“Con chi esci?”
“Cazzi miei.”
“Lo immaginavo. Buona serata.”
Ridicolo. Dev’esserci qualcosa sotto.
Era da più di una settimana che si ripeteva questa stessa scena. Elena usciva praticamente ogni sera e Dominique cominciava seriamente a insospettirsi.
Quella sera decise di seguirla. Si infilò un impermeabile a caso e uscì di casa subito dopo di lei, nascondendosi nell’ombra per non essere visto.
Non ha preso la macchina, deve avere un appuntamento qui vicino. Porca puttana, ma perché mi riduco a fare cose del genere? Dovrei farmi gli affari miei.
Per tutta risposta Elena si voltò di scatto. Dominique si nascose in un vicolo, per evitare il suo sguardo; appena lei riprese a camminare, lui riprese a seguirla, sforzandosi di non pensare.
Continuò a starle dietro per qualche minuto, finché non la vide entrare nel Babylon Club. Insoddisfatto, si chinò a terra e cominciò ad osservarla dal vetro, stando ben attento a non farsi notare, né da lei né da nessun’altro. Fortunatamente, a quell’ora non c’era anima viva per strada.
Elena venne bloccata da un uomo all’ingresso.
“Mi scusi Miss, lei è?”
“Elena.”
“Elena e…?”
“Elena e basta.”
“Abbia pazienza Miss, devo controllare il suo nome sulla lista.”
“C’è una prenotazione a nome Mida, la mia amica dovrebbe essere già qui. Ora hai intenzione di farmi passare o devo cenare all’ingresso?”
Dominique trasalì.
Mida!?
“D’accordo, è tutto a posto Miss. Elena, può entrare.”
Elena non rispose e continuò verso l’interno del locale. Si sedette ad un tavolo vicino all’entrata: Dominique poteva vedere lei, ma non chi era a tavola con lei, né tantomeno riusciva ad ascoltare ciò che dicevano.
“Ciao, Anastasia.”
“Sei in ritardo.”
“Prenditela con mio fratello, è lui che mi ha trattenuta.”
“Eppure sei tu che abiti qui vicino.”
“Sono cose che capitano, ora sono qui.”
“Mi basta.”
Anastasia sorrise, dopodiché versò del vino nel bicchiere di Elena. Dominique riuscì a vederla mentre si sporgeva.
Quella è Anastasia Mida, che diavolo ci fa con mia sorella?
“Ehilà, Dominique! Che ci fai da queste parti?”
Porca troia.
Tragicamente, un conoscente di Dominique passava di lì proprio in quel momento. Lui cominciò a gesticolare in maniera assurda chiedendogli di andarsene, ma l’altro rimaneva in piedi a guardarlo con una faccia fra lo stupito e l’ebete.
“Scusa Anastasia, devo uscire un secondo.”
“Dexter, giuro su dio, se ne esco vivo ti rompo le ginocchia.”
Dexter, non appena si rese conto che Elena stava uscendo dal locale, fuggì in una direzione imprecisata.
“Dominique.”
“Oh, Elena.”
“Vattene a casa.”
“Ma…”
“Vattene. A. Casa. Tu non hai visto nulla.”
Dominique si alzò da terra.
“Ti ho visto insieme ad Anastasia Mida. Che ci facevi lì?”
“Non sono affari che ti riguardano.”
“Mi riguardano eccome Elena, non puoi tenermi fuori da tutto!”
Elena, con uno scatto, sbatté Dominique addosso al muro.
“La mia vita privata è privata, e farai meglio a restarne fuori.”
“E uscire con Anastasia Mida fa parte della tua vita privata?”
“Si.”
“Sicura?”
“Tornatene a casa, Dominique.”
Detto questo, Elena tornò di nuovo dentro al locale. Dominique, furioso, diede un calcio al muro.
“Maledizione!!”
Si allontanò poi dal locale con un aria terribilmente cupa.
“Cos’era, Elena?”
“Nulla di importante. Vogliamo ordinare qualcosa?”
“Per me no…”
Never know how much I love you,
never know how much I care.
Elena, ancora in piedi, tese una mano verso Anastasia.
“Vuoi ballare?”
“Come?”
“Sei diventata sorda oltre che bassa? Mi piace questa canzone, ti ho chiesto se vuoi ballare.”
When you put your arms around me,
I get a fever that’s so hard to bear.
“Uh… d’accordo.”
Anastasia rimase per un attimo immobile a guardare l’altra che allungava la mano verso di lei. Dopo qualche secondo la afferrò e si alzò in piedi anche lei.
You give me fever – when you kiss me,
fever when you hold me tight.
Fever – in the morning,
fever all through the night.
Mentre Anastasia ed Elena ballavano al ritmo di Fever, Dominique aveva trovato rifugio in un bar.
“Barista, mi porti un Whiskey.”
Mentre il barista lo serviva, un altro uomo si sedette accanto a lui.
“Ne porti uno anche a me, grazie.”
“Ivan? Che ci fai qui?”
Sun light ups the daytime,
moon lights up the night,
I light up when you call my name,
and you know I'm gonna treat you right.
You give me fever – when you kiss me,
fever when you hold me tight.
Fever – in the morning,
fever all through the night.
“La stessa cosa che fai tu Dominique, mi ubriaco.”
“Con questa musica di merda è l’unica cosa intelligente da fare.”
Dominique bevve una sorsata dal suo bicchiere.
“Voglio sperare che tu non c’entri nulla con la decisione di tua sorella… sai, è stata davvero una batosta. A uno come me non restava altro per cui vivere… certo, mi sono rimasti i soldi, ma i soldi non potranno mai ridarmi le emozioni che provavo a lavorare con voi. Mi mancherà davvero la vita che facevamo…”
Dominique sbiancò.
“Cosa? Di cosa stai parlando?”
Everybody’s got the fever,
that is something you all know,
fever isn’t such a new thing,
fever started long ago.
“Non te ne ha parlato!? Elena ha sciolto il nostro gruppo stamattina, ha telefonato sia a me che a Jules, davvero non ne sapevi nulla?”
Entrambi rimasero in silenzio, immobili, per parecchi secondi, poi Dominque prese il suo bicchiere e bevve ciò che era rimasto del suo whiskey.
“Quella puttana…”
Romeo loved Juliet,
Juliet she felt the same.
When he puts his arms around her,
he said “Julie baby you are my flame.”
Thou givest fever, when we kisseth,
fever with thy flaming youth.
Fever – I’m a fire, fever yea I burn forsooth.
Mentre roteava con Anastasia sulla pista, Elena avvicinò la testa alla sua e le sussurrò nell’orecchio.
“Anastasia, perché non lasciamo questa merda e andiamo a casa tua?”
“Elena, non credi di stare correndo un po’ troppo?”
“Ne dubito, sto andando a ritmo di musica.”
Capitain Smith and Pocahontas
had a very mad affair,
when her daddy tried to kill him,
she said “Daddy-O don’t you dare.”
Give me fever – with his kisses,
fever when he holds me tight.
Fever – I’m his missus,
oh daddy won’t you treat him right.
“Ok Elena, andiamocene.”
“Come? Adesso?”
“Si, subito.”
Elena sorrise. Anastasia la prese per mano e la condusse in fretta e furia fuori dal locale. Lì, dopo essersi accertata che non vi fosse nessuno, la poggiò contro il muro e la baciò, in fretta, quasi avesse paura che fuggisse.
Dopo il bacio si guardarono, in silenzio, per lunghi istanti. Al primo bacio seguì un secondo, stavolta fu Elena a prendere l’iniziativa, abbracciando l’altra.
Senza dire nulla, Anastasia cominciò a dirigersi verso casa, seguita dalla sua nuova amante.
Now you’ve listened to my story,
here’s the point I’ve made:
Chicks were born to give you fever,
be it farenheit or centigrade.
They give you fever – when you kiss them,
fever if you live and learn.
Fever – till you sizzle,
“Barista, spegni quella cazzo di radio!!”
“Ha ragione lui, non se ne può più, chiudi questo strazio!”
What a lovely way to burn…
What a lovely way t-
Dominique e Ivan passarono il resto della nottata a ubriacarsi. Il gestore li cacciò, zuppi come due spugne, alle 5 di mattina.
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Le due impiegarono pochi minuti per raggiungere l’appartamento di Anastasia. Una volta dentro, Elena chiuse immediatamente la porta alle sue spalle, dopodiché spinse Anastasia contro un muro e la baciò di nuovo, mentre con la mano destra le accarezzava la coscia, attraverso lo spacco dell’abito da sera. Lentamente fece scorrere la sua mano verso lo slip, accarezzandole una natica, mentre intrecciava la lingua con quella dell’altra. Subito dopo separarono le loro bocche e si diressero verso il divano. Anastasia si distese completamente, in attesa. L’altra non si fece attendere.
Fecero l’amore tutta la notte. Si amarono di quell’amore proibito che è permesso a due donne. Fortunatamente, uno dei vantaggi di vivere a Domino City è che moralisti e ben pensanti se ne tengono volentieri alla larga.
Quella notte, su quel divano, tra gemiti e sospiri entrambe erano riuscite a dimenticare le armi, il sangue, la guerra. Quella notte erano solo due donne, nude, innamorate, sdraiate su un divano. Quella notte. Rimasero abbracciate per delle ore. Nessuna delle due lo avrebbe mai ammesso, ma avevano entrambe paura che quella notte finisse troppo presto. Alla fin fine, qualsiasi momento sarebbe stato troppo presto.
Elena non chiuse occhio tutta la notte. Rimase seduta a terra, con la schiena poggiata sopra il divano, stringendo la mano della sua amante. Aspettò che il sole cominciasse ad entrare dalla finestra prima di alzarsi in piedi.
Era un autunno molto freddo. Sembrava che l’inverno fosse arrivato con un mese d’anticipo. Così Elena cominciò a girare per la casa alla ricerca di un armadio.
Dovrà pur’esserci una camera da letto da qualche parte.
Mentre si allontanava si voltò per un istante a guardare Anastasia, addormentata sul divano, con i capelli spettinai e un braccio che penzolava giù. Dopodiché si diresse verso la camera da letto.
Aprì l’armadio con noncuranza e si infilò la prima cosa che gli capitò sotto mano. Chiudendo l’anta però si trovò di fronte allo specchio. Si vide riflessa, coi capelli arruffati e gli occhi lucidi. Aveva le labbra secche e sentiva ancora la mano un po’ intorpidita. Rimase lì a fissarsi per qualche minuto, finché in lei non scattò qualcosa:
Tirò un pugno contro il vetro. Questo si infranse in mille pezzi, distorcendo e distruggendo la sua immagine. Dopodiché cadde in ginocchio, sopra i vetri, distrutta.
Anastasia arrivò poco dopo, svegliata dal rumore.
“Cos’è successo?”
Elena rimase in silenzio per qualche secondo, stringendosi nella camicia. Quello era davvero un autunno molto freddo.
“Questa camicia è da uomo.”
Anastasia rimase a guardarla per un po’. Aveva ancora addosso l’abito da sera strappato della notte prima.
Si gettò a terra, dietro di lei, e l’abbracciò. Nessuna delle due faceva caso ai vetri. Erano troppo abituate al dolore. Nessuna delle due faceva caso alle piccole macchie di sangue che si erano formate a terra.
“Io ti amo, Anastasia.”
Anastasia strinse Elena ancora più forte e si poggiò sulla sua schiena.
“Anche io ti amo.”
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Una mattina, mentre usciva di casa, Elena venne bloccata da Dominique, fuori dal palazzo, proprio mentre questo era intento a lavare il furgone. Era riuscita ad evitarlo con successo per più di due giorni, e vedendolo di fronte all’uscita, imprecò pesantemente per non aver usato quella posteriore.
“Cosa vuoi, Dominique?”
“Tu e Anastasia Mida.”
“Beh?”
“Spiegami.”
“Non c’è nulla da spiegare.”
“Ok. Tu che sciogli la squadra. Spiegami.”
“Nessuno al mondo ha tutte le risposte.”
“Ti sembra il modo di parlare a tuo fratello?”
“Insomma, vuoi altro da me?”
“Sì.”
Gli lanciò una spazzola.
“Dammi una mano a pulire questo coso. In fondo è più tuo che mio.”
Elena sospirò, dopodiché, ritenendolo di gran lunga preferibile a qualsiasi conversazione, si avvicinò anche lei alla fiancata del furgone con l’intento di pulire alcune strisce di fango.
“Come hai fatto a sporcarlo così? Sei sicuro di saperlo guidare?”
“Guidavi tu, Elena.”
“Ah si?”
“Eh si. Non lo usavamo da quella faccenda dell’armata d’autunno.”
“Davvero?”
“Davvero.”
Elena cominciò a sentire una canzone in lontananza.
Some of those that work forces, are the same that burn crosses…
Some of those that work forces, are the same that burn crosses…
“Dominique, spegni questa radio, mi dà fastidio.”
Dominique si chinò per pulire un cerchione.
“Non è roba mia, deve venire da qualche auto di passaggio.”
Some of those that
work forces, are the same that burn crosses…
Some of those that work forces, are the same that burn crosses!
Huh!
“Chi diavolo è che tiene il volume così alto in macchina?”
“Chiunque non sappia che da queste parti abiti tu.”
“Molto divertente.”
Killing in the name of!
Killing in the name of!
“Ora mi sono davvero stancata.”
Elena gettò in terra la spugna e si affacciò dal fianco del furgone per cercare di individuare il colpevole.
In una frazione di secondo, Elena si gettò con una capriola di nuovo dietro il furgone: Un auto scappottata si stava dirigendo verso di loro con una velocità smodata; le era bastato un colpo d’occhio per rendersi conto che i quattro individui che la abitavano erano armati con dei mitragliatori. Neanche cinque secondi dopo, una prima raffica di spari colpì la fiancata del veicolo. Dominique si gettò istintivamente a terra, per poi rialzarsi in posizione accucciata.
“Dannazione, Elena, avevo appena iniziato a lavarlo!”
Elena non rispose, e cominciò a frugare con una mano sotto il furgone, dal quale, inspiegabilmente, estrasse una Tec-9 già carica.
“Io cerco di attirarli altrove, tu sigillati in casa.”
“Avevi una Tec-9 nascosta sotto il furgone?”
“Due.”
“Da quando?”
“Da quando eravamo bambini.”
Dominique sospirò, mentre sua sorella si preparava a scappare.
“Cerca di non farti ammazzare.”
Elena scattò a correre in direzione della strada parallela al palazzo. L’auto, che si trovava nella direzione opposta, si girò di 180 gradi sgommando per inseguirla.
Mentre fuggiva dall’auto, Elena cominciò a pensare alla sua prossima mossa. Non avrebbe potuto tornare in casa, perché questo avrebbe portato ad un assedio e i suoi nemici erano in evidente vantaggio. Con un solo caricatore, poi, avrebbe potuto fare ben poco.
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
But now you do what they told ya
Well now you do what they told ya
L’auto si avvicinava di nuovo a lei. La strada era abbastanza stretta, ma Elena riuscì quasi miracolosamente ad evitare la macchina, lanciata a 200 chilometri orari, spostandosi velocemente sopra il marciapiede subito prima di essere investita. Tentò poi una raffica con la Tec-9, ma tutti i colpi andarono a vuoto.
Non era mai stata gran che con i bersagli mobili.
Those who died are justified, for wearing the badge, they're the chosen whites
You justify those that died by wearing the badge, they're the chosen whites
Those who died are justified, for wearing the badge, they're the chosen whites
You justify those that died by wearing the badge, they're the chosen whites
L’auto cominciò di nuovo a fare manovra per riprendere l’inseguimento. Mentre si rialzava, Elena riconobbe immediatamente la strada in cui si trovava, e l’unica soluzione possibile gli balenò subito nel cervello. Mentre la macchina cominciava a prendere velocità verso di lei, Elena gettò in terra la sua arma e cominciò a correrle incontro. Appena prima dell’impatto, con un salto olimpionico, Elena si portò sul cofano dell’auto, dopodiché, aiutandosi col parabrezza, la saltò completamente. Il pilota cominciò a bestemmiare in spagnolo, e immediatamente i suoi sgherri cominciarono a sparare in direzione di Elena, la quale corse immediatamente dietro un vicolo evitando qualsiasi contatto troppo veloce con il piombo.
Immediatamente cominciò a bussare come un ossessa ad un portone.
“Anastasia! Apri questa cazzo di porta!”
Some of those that work forces, are the same that burn crosses…
Nessuna risposta.
“Anastasia! Apri! È questione di vita o di morte!”
Some of those that work forces, are the same that burn crosses…
Di nuovo, nessuna risposta. Elena cominciò a bussare con entrambe le mani sul portone.
“Anastasia… ti prego!”
Some of those that work forces, are the same that burn crosses…
Il portone si aprì di scatto, lasciando cadere dentro Elena, che rimase carponi a riprendere fiato per qualche secondo. Anastasia la guardò sconcertata.
“Cos’è successo?!”
Some of those that work forces, are the same that burn crosses!
Uggh!
Elena si girò di scatto, e da uno spiraglio aperto verso l’esterno osservò l’automobile guidata da Alejandro Hernandez allontanarsi verso la strada. Dopodiché chiuse la porta alle sue spalle, poggiandosi su di essa, ancora intontita.
“Elena, dimmi cosa è successo!”
“Il tuo amico del cuore ha cercato di uccidermi.”
“Chi?”
“Hernandez.”
“Oddio, Elena… ti giuro che… non lo vedo da…”
“Dov’è il bagno?”
Anastasia indicò confusamente la direzione del bagno all’altra.
Appena questa passò l’angolo, Anastasia cadde a terra, poggiandosi al muro, e cominciò a piangere, in silenzio. Qualcuno aveva rivelato la posizione di Elena al suo rivale, e Anastasia sapeva che l’unica sospettata sarebbe stata lei. Era terrorizzata all’idea di perdere la sua amante, in uno qualsiasi dei due modi.
Elena non ci mise molto a trovare il bagno. Una volta entrata, si assicurò di chiudere la porta a chiave, dopodiché, poggiando una mano sul lavandino e guardandosi allo specchio, tirò fuori il cellulare dalla sua tasca, compose il numero e lo portò all’orecchio.
“Pronto?”
Sul volto di Elena si dipinse un diabolico sorriso.
“Jules.”
“Sono proprio dove mi avevi detto che sarebbero stati, Elena. A momenti dovrebbero essere in linea di tiro.”
La ragazza scoprì per la prima volta quanto fosse difficile trattenere le risate.
“Sei sempre stato il migliore elemento Jules, è per questo che siamo soci. Fai quello che devi fare.”
A seicento metri di distanza, Jules, appostato su un palazzo, chiuse la comunicazione con Elena e riprese in braccio il suo fucile. L’auto di Hernandez avanzava lentamente, mentre i suoi occupanti scrutavano a destra e a manca nel vano tentativo di individuare il loro obiettivo.
Il primo sparo colpì il cofano della macchina, praticando un foro ben evidente. Alejandro frenò di colpo, sorpreso. Il secondo e il terzo sparo uccisero i due uomini nei sedili posteriori. Il quarto sparo dipinse la faccia di Alejandro con il cervello dell’uomo che gli sedeva accanto. Fece appena in tempo a scorgere il riflesso del mirino dal palazzo di fronte, prima di essere colpito a sua volta in mezzo agli occhi.
Quella mattina, prima ancora di fare colazione, Elena aveva già ucciso quattro persone.
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A Domino City la polizia non entrava da otto anni. L’ultimo agente che aveva tentato simile impresa era stato ritrovato giorni dopo, di fronte all’entrata della città, senza arti e con due lame conficcate negli occhi.
Senza le fastidiose interruzioni della legge, i funerali degli assassini erano molto più veloci.
Il giorno dopo la sua morte, Alejandro era già in una cassa di legno, sopra una fossa, in attesa di essere sepolto nel cimitero più grande e popolato del paese. Non visse abbastanza per leggere il suo nome nel titolo di testa del giornale, quel giorno.
Molte persone andarono al suo funerale. La maggior parte erano sconosciuti. Nessuno pianse.
A Domino City, anche il più misero dei criminali merita il rispetto degli altri, specialmente dopo la sua morte.
Solo una donna era presente alla funzione. Era poggiata ad un albero, in solitudine, chiusa in un impermeabile nero e col volto nascosto da grandi occhiali da sole. Nessuno dei presenti sapeva chi fosse.
Era già pomeriggio inoltrato, ma le nuvole non avevano permesso al sole di farsi vedere per tutto il giorno. Dopo un lungo silenzio, il prete cominciò l’elogio funebre standard.
“Cari fratelli, siamo oggi qui riuniti per piangere la morte di Alejandro Hernandez, nostro concittadino, amato marito e membro produttivo della nostra società.”
Dominique era rimasto sdraiato in poltrona aspettando che sua sorella tornasse a casa.
Per la prima volta in vita sua provava un vago timore per la sua sorte. Non si trovava in una situazione da cui era facile uscire, e per quanto potesse disprezzarla, era l’unica persona a cui si sentiva veramente legato. Per di più era ancora dubbioso sulla sua recente condotta. Il modo brusco in cui aveva interrotto la missione, i suoi rapporti con Anastasia Mida, la sua decisione di sciogliere la squadra. Era la prima volta che si comportava in modo simile. Che si fosse veramente innamorata di quella ragazza?
Il giorno dopo, non appena lesse la prima pagina del giornale, tutto gli divenne chiaro.
“Alejandro si ricongiunge oggi ai suoi fratelli e ai suoi genitori, che già da molto tempo hanno lasciato questa terra per ricongiungersi al signore nel suo pascolo celeste.”
Jules, dopo l’omicidio, si sedette comodamente dietro al cornicione e cominciò a pulire e ricaricare il suo fucile. Non si prese neanche la briga di assicurarsi che i suoi obiettivi erano morti. Lo sapeva per certo.
Jules non si era mai considerato un mercenario. Non aveva mai preteso soldi per nessuno dei suoi lavori. Semplicemente, trovava che uccidere nel modo in cui faceva lui fosse estremamente artistico. Non avrebbe rinunciato per nulla al mondo a quell’emozione.
Calcolare la direzione del vento. Considerare il peso del proiettile. Misurare la distanza. Quei pochi secondi che facevano da intervallo fra la pressione del grilletto e lo schizzo di sangue. Per lui nulla avrebbe potuto sostituire tutto questo. Mentre lucidava il suo fucile, Jules sorrideva, ripensando a tutte le persone che aveva ucciso con esso. Una volta sceso dal palazzo, nessuno lo vide più per un bel pezzo.
“Oggi diamo il nostro ultimo addio ad un uomo che a noi ha dato sempre molto, e diamo le nostre condoglianze alla sua vedova e al vuoto incolmabile che lascerà nella sua vita.”
Due uomini tirarono via le assi che sorreggevano la bara e questa cadde in fondo alla buca. Mentre cominciavano a ricoprirla di terra con le pale, Anastasia stava già andando via. Quando Elena si era precipitata in casa sua, inseguita da Alejandro, la sua prima preoccupazione è stata il fatto che la prima sospettata di averlo informato sarebbe stata lei. All’inizio scambiò la gentilezza di Elena in semplice fiducia, e si sentì rincuorata. Aprendo la prima pagina del giornale, però, capì cosa era davvero successo quel giorno. Andò al funerale di Alejandro, con la coscienza che al suo non sarebbe venuto nessuno.
Una volta attraversato il grande cancello in pietra che separava il regno dei morti dal mondo civile, trovò ad aspettarla una grossa auto sportiva rossa, scappottata e molto pacchiana.
Non credeva che Elena sarebbe venuta a prenderla.
“Era proprio necessario venire con la sua macchina?”
“L’ho ritenuto molto più educato che venire in furgone.”
“Perché sei qui?”
“Non volevo farti fare la strada di casa a piedi. Vuoi salire?”
Anastasia non rispose. Salì in auto sul sedile del passeggero.
Durante il viaggio nessuna delle due rivolse la parola all’altra. Non incrociarono gli sguardi neanche una volta. È quello che succede quando due persone sanno già quello che sta per succedere.
Arrivata a casa sua, Anastasia scese dall’auto, si avvicinò al portone e inserì la chiave nella serratura.
Rimase immobile in questa posizione per qualche secondo, prima di parlare.
“Non vieni?”
Elena sorrise, aprì la portiera dell’auto, e seguì Anastasia mentre entrava in casa.
Questa camminava lentamente, guardando il terreno. Si voltò per un attimo, lanciando ad Elena lo sguardo più triste e vuoto che avesse mai visto.
Lasciò il suo impermeabile sull’attaccapanni, dopodiché andò in salotto e si sdraiò sul divano, in attesa, come la prima volta che fecero l’amore.
Elena si avvicinò a lei, si chinò e la baciò dolcemente.
D’un tratto, una goccia salata le sfiorò le labbra.
“Perché piangi?”
Anastasia non riaprì neanche gli occhi.
“Lo sai perché…”
“Anastasia, io…”
“Non dire nulla.”
Mise una mano dietro la testa di Elena, accarezzandole i capelli, dopodiché ricominciò a baciarla.
Quando sentì il freddo metallo della pistola poggiarsi sulla sua pancia, versò un'altra lacrima, l’ultima della sua vita.
I tre colpi, attutiti dal silenziatore, sembrarono quasi gemiti di piacere.
Elena sentì la sua bocca riempirsi del sangue di Anastasia, prima di appoggiare la sua testa sullo schienale del divano. Si alzò in piedi, e rimase immobile per qualche secondo ad osservare il cadavere.
Anastasia era morta, Anastasia non c’era più.
Prese una sedia dal tavolo lì vicino e ci si sedette, sembrando quasi esausta.
Quelle rare volte che nella sua vita ha l’impressione di provare emozioni, alza leggermente la maglietta e guarda sul suo petto. Proprio sopra il cuore aveva una cicatrice. Se l’era procurata durante uno dei suoi primi lavori. Era giovane, inesperta, eccitata, e si era lasciata colpire. Chiunque, compreso suo fratello, era convinto sarebbe morta. Quando estrassero la pallottola dal suo petto, il dottore disse che era passata talmente vicina al cuore che il fatto che fosse ancora viva era da reputarsi un miracolo.
Ma lei sapeva la verità.
La pallottola non l’aveva uccisa perché lei non aveva un cuore. Guardare la cicatrice la aiutava a ricordarlo. Ma quella volta non la aiutò affatto.
Guardò di nuovo il cadavere di Anastasia. Con gli occhi chiusi, riversa sul divano, sembrava quasi addormentata, se non fosse per il rigagnolo di sangue che dalla sua bocca continuava a gocciare a terra.
Poi guardò per un attimo la pistola con cui aveva ucciso Anastasia poco prima. C’era ancora il suo sangue sopra. Elena non sarebbe mai potuta morire con un proiettile nel cuore. Perciò ci sarebbe voluto per forza un colpo alla testa.
Il sapore del sangue, del metallo e della polvere da sparo che le si mischiavano in bocca era quasi dolce. In quel momento, qualsiasi cosa le sarebbe sembrata dolce in confronto alla vita senza Anastasia.
In fondo, siamo già tutti morti.
*Blam!*
If I cut off your arms and cut off your legs
would you still love me anyway?
If you're bound and you're gagged, draped and displayed, would you still love me
anyway?
Xed51 ha presentato:
Autunno
If I cut off your arms and cut off
your legs
Would you still love me
anyway?
If you're bound and
you're gagged, draped and
displayed Would you still love me
love me anyway?
Con le canzoni di:
The Beatles – All you need is love
Duran Duran – Wild Boys
Peggy Lee – You give me fever
Rage Against the Machine – Killing in the name of
Misfits – Helena
Cutting with the knife
blood is spilling everywhere
She will be my wife
Secondary spine,
incisions must be accurate
I know just what to do
My hands are
trembling I can't spare to slip up
with this knife!
Ho pensato il concept originale della storia quando ho visto la copertina del dvd di Domino, da lì il nome Domino City. Purtroppo una volta visto il film mi sono reso conto che era una delle più grandi merde mai partorite da una mente umana, e che merita di essere relegato nel girone più infimo dell’inferno cinematografico.
La fic contiene citazioni di Scarface e Rat-Man, più probabilmente altre che non ricordo.
Chiunque troverà la minima somiglianza col film “Bound” dei wachoski è pregato di dare il suo corpo in pasto alle fiamme.
Her beauty so illogical
The beast come gliding in
Hideous chameleon stripped down
to her skin
Dance to the burning
flame Pleasure exhumes the pain
The night bursts into flames
Dance Helena!
Elena e Anastasia sono i nomi di due ragazzine pucciose che giocano insieme in un paese di montagna che frequento. Spero proprio che non facciano la stessa fine.
If I cut off your
arms and I cut off your legs would
you still love me anyway?
There's a spot on the floor where your
limbs used to be and I close the
door on my Fantasies
