Si poggiò al muro sconvolto.

Era in preda a dei dolori lancinanti.

Aveva il fiatone. Sputava sangue.

Non riusciva a scostarsi da quel muro.

Il sangue cadeva a terra.

Anche lui cadde a terra. Urlando.

Passò del tempo prima che riuscisse a riprendersi.

Rimase terrorizzato per lunghi minuti, nonostante quella scena si ripetesse fin troppo spesso negli ultimi tempi.

Era riuscito a tenerlo nascosto a tutti, fino a quel giorno.

Difatti, Meg entrò nella camera subito dopo aver sentito le sue urla soffocate, trovandolo buttato a terra senza la forza di rialzarsi.

“Vincent…? Che ti è successo!?”

“Niente di cui preoccuparsi…” Le rispose alzandosi. “Sto morendo.”

 

Xed51 presenta:

Finale, dal punto di vista di Vincent Vargas

Aldilà

19/01/07

 

“Stai MORENDO?”

“Già.”

“E… e come?”

“Come non sarei voluto morire.” Si avvicinò all’uscita della camera. “Come un vecchio.”

Si allontanò da Meg, passandole oltre.

“Vincent!!”

Si voltò, guardando di nuovo negli occhi quella che un tempo era la sua Miss. Black.

“Se lo dici a Silver giuro di fronte a dio che ti ucciderò con le mie mani.”

Detto questo, si voltò di nuovo e cominciò a camminare per il corridoio. Faceva fatica a camminare, ma lui era il RE, e non poteva permettersi di essere debole. Passò l’angolo per non sentire i singhiozzi di Meg.

 

Riuscì a tenerlo nascosto per lungo tempo, ma purtroppo per lui non ne passò molto prima di finire sopra un letto d’ospedale. Sapeva già che sarebbe finita così. Lo sapeva, eppure lo colse impreparato.

Aveva paura.

La morte lo spaventava. Era terrorizzato. Non voleva morire.

Non voleva morire.

Avrebbe voluto piangere, se non fosse entrato in coma.

Sentiva le lacrime di Meg su di sé, ogni giorno.

Anche suo figlio era in camera, lo sapeva. Ma non l’aveva mai sentito piangere. Mai, nemmeno una volta.

Ne era fiero. Suo figlio era forse l’unica cosa buona che aveva fatto durante l’arco della sua vita.

Non era cosciente, ma avvertiva il lento scorrere del tempo, come in un lungo sogno.

Aveva sempre odiato i sogni. L’idea di sognare lo disgustava sin da piccolo, per questo dormiva solo raramente.

Dopo un bel sogno, si era sempre risvegliato in un mondo orribile.

Il paragone però era impossibile.

Sapeva che da quel sogno non si sarebbe mai più risvegliato.

Per un ateo come lui la morte era cosa ben poco eccitante, ma certamente il nulla era una prospettiva ben più invitante di quella a cui lo vedevano destinato i religiosi.

 

Era nato nella periferia di Arcadia, da una famiglia non troppo ricca (eufemismo per definirla estremamente povera).

Una prospettiva di vita non troppo invitante per un qualsiasi ragazzo.

Crebbe in un mondo per certi versi surreale, fatto di povertà, mafia e un solo pasto al giorno raramente garantito. L’unico insegnamento che cercavano di inculcargli era “A questo mondo sei di troppo”.

Era il maggiore di due fratelli.

Amava suo fratello. All’epoca gli sembrava l’unica cosa buona in quel mondo marcio dove erano nati.

Crescendo cominciò a cambiare idea.

Mentre suo fratello era il migliore a scuola, lui cresceva nel menefreghismo più totale.

Quando suo fratello intraprese una brillante carriera politica, lui continuava ad essere disoccupato.

Dopo che suo fratello divenne presidente, lui cominciò ad essere considerato pazzo.

E probabilmente lo era sul serio.

Nella sua pazzia arrivò ad uccidere il fratello che prima tanto amava e a sostituirsi a lui.

Per vendetta si dirà, ma forse era stata soltanto una scusa.

Forse voleva soltanto essere come lui.

Forse avrebbe soltanto voluto essere lui.

Una volta al potere le parole persero importanza:

Aveva vinto. Al contrario dei suoi genitori, al contrario di suo fratello, al contrario di tutti gli stronzi che lo avevano ostacolato in vita.

Aveva vinto. E niente avrebbe potuto ostacolarlo ora.

O perlomeno, niente avrebbe dovuto ostacolarlo.

Nella sua ignoranza, mise al mondo un figlio usando una donna che lo amava come strumento di piacere.

Nella sua ignoranza, fece del male a chi non doveva toccare e si fece parecchi nemici.

Gli ci volle un periodo di cecità per accorgersi di ciò che non aveva mai visto.

Da quando era al potere era circondato da migliaia di persone, eppure si rese conto che ad amarlo era una sola.

La prese con sé, assieme a suo figlio, ma quanto avrebbe potuto contare questo rispetto ai misfatti che aveva compiuto in passato?

Nulla, assolutamente nulla.

E ora, sul suo letto di morte, si sentì sollevato dall’idea che non esiste l’aldilà.

Perché dopo una vita così, nessuno avrebbe potuto salvarlo dall’inferno.

Pensò a suo figlio. Sarebbe diventato un buon politico.

Pensò a Meg e pensò a quello che non le aveva mai detto dopo anni.

Aprì gli occhi.

La vide riversa su di lui in lacrime. Vide suo figlio poggiato sul muro con le gambe accavallate, cercando di non mostrarsi triste. Nessun’altro, escluso il dottore.

Chiamò Meg, con un filo di voce.

“M… meg?”

“Vincent?!”

Meg scattò sulla sedia e lo guardò in volto. Avrebbe voluto dire tante cose, ma non riusciva a dire nulla.

“T… ti… amo.”

Cadde sul cuscino.

Vincent Vargas era deceduto.

Qualche secondo dopo, il dottore alzò la coperta bianca sul suo volto.

“È morto.”

 

-Fine-

 

-A Margherita, mio amore. 19/12/06